Con Taylor Kirk e i Timber Timbre l'incontro è avvenuto sul finire del 2013 inizi 2014, periodo in cui non avendo altre possibilità per svariati motivi, primo tra tutti quello economico, trascorrevo le serate in casa a navigare su You Tube, lasciandomi guidare dal suo algoritmo nelle proposte. Lo trovavo, e ancora oggi lo trovo, un buon modo per scoprire cose nuove, anche se il mio intento era far passare il tempo e non pensare. Navigando random mi sono imbattuto in molta della musica che mi avrebbe fatto compagnia negli anni a venire, quando le proposte piacevoli al mio gusto sarebbero diventate via via più rare.
Una di quelle sere che diventavano notti insonni l'occhio mi cadde sul frame iniziale di Black Water, un inquietante bianco e nero dai riflessi verdastri contenente un primissimo piano di un volto gonfio con gli occhi chiusi circondato da vetri rotti. Il ritornello già dalla prima battuta, cantata da quella voce tra il roco e il nasale, lenta nello srotolare una sorta di preghiera/speranza che recita "All I need is some sunshine" mentre le immagini mostrano fondali marini, creature sconosciute e terribili in un ambiente ostile, e lì in mezzo quel volto appartenente a quello che scopriamo essere un palombaro.
Insabbiato, incagliato, col casco rotto e seduto sul fondale di un oceano con la vita marina che gli gira attorno, per logica morto, ma per sussulti forse dovuti alle correnti ancora apparentemente vivo. Il ritmo lento del brano accompagna i movimenti per loro natura lenti di questo ambiente da horror, dove mostri marini sconosciuti verranno in soccorso dell'unico essere umano presente, disincagliandolo e rimandandolo verso la luce del sole che chiude in un bagliore accecante il video e la lunga litania finale che termina con le note calde di un sassofono.
Mi rendo conto solo oggi di quanto fosse tutto così metaforico e riconducibile a quello che stavo attraversando, ma non è certo infrequente vivere situazioni che colpiscono a livello inconscio e che a livello cosciente riconduciamo a banalità come "gusto personale". All'epoca mi colpì perché in qualche maniera mi arrivava dentro e non stupisce se riascoltai quel brano non appena concluso, e poi ancora e, nei giorni seguenti, ancora fino a consumarla.
Naturalmente cominciai a cercare altri brani di questi per me sconosciuti canadesi che in pratica era uno solo, e quelli che mi piacevano si accumulavano uno dopo l'altro (1, 2, 3), tanto da farmi andare a cercare l'intera discografia fino a quel momento, tutto quello che poteva riguardarli in video, e la cosa continuò negli anni a venire.
Quando vennero in Italia, credo già in quel 2014, il posto più vicino dove si esibivano era in Liguria. Ma ero ancora incastrato in quel fondale e non potevo nemmeno pensare di poter andare a vederli. Poi, più avanti, quando per fortuna la risalita per me era ricominciata, mi vennero praticamente in casa, a Torino, più volte. Non ci andai.
Credo che nella mia sfera privata appartenessero a un periodo che mi stavo lasciando alle spalle, ma che non era ancora del tutto superato, anche se la scusa ufficiale era che l'ultimo disco non mi aveva detto granché e io dopotutto stavo sempre sulle spese. Ci sarebbe stato tempo per vederlo dal vivo, visto che da queste parti veniva spesso. Ecco, questa è una di quelle cose che non ho ancora imparato a fare: prendere quello che arriva perché non è detto possa tornare.
Taylor William Kirk non tornerà più. E' morto una settimana prima di quando la notizia ci ha raggiunti appena svegli. Giovane ancora, per cause sconosciute, non ci saranno più possibilità per vederlo suonare. Ci lascia in eredità molte belle canzoni, tra cui quella che per me è la più bella canzone mai stata scritta sulla morte, e qualche controversia di cui non sapevo nulla fino ad oggi riguardo alcuni suoi comportamenti che spiegherebbe almeno una canzone. Forse, se vero, dall'altra parte ha trovato davvero quello che cantava qui sotto.

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