(Cartello in un supermercato alle porte di Torino, Piemonte, Italia, settembre 2026 - foto di Rouge)
Questa estate del menga finalmente sta tornando a livelli di temperatura più sopportabili, anche se, è bene ricordarlo, restiamo comunque al di sopra delle medie stagionali.
Visti i tempi che viviamo, tarati sulla durata di un reel, è un attimo che quanto vissuto in questi quasi quattro mesi di caldo ininterrotto vada nel dimenticatoio.
Ci si dimenticherà dei pomeriggi trascorsi barricati in casa con persiane chiuse e tende tirate, per fare arrivare meno luce solare possibile su muri già caldi.
Dei ventilatori intenti a roteare ventiquattro ore al giorno e dei condizionatori in funzione per rinfrescare dentro e scaldare fuori.
Del rumore di sottofondo prodotto da questi.
Costante. Ininterrotto.
Urticante.
Che a volte ti faceva venire voglia di prenderli e lanciarli fuori dalla finestra, ma non lo hai fatto solo perché poi bisognava andare a recuperarli. Sotto il sole.
Della temperatura delle auto lasciate in sosta, e del tempo perso ad aspettare che si raffrescassero un minimo per evitare colpi di calore.
Del prepararsi anche solo per fare qualche decina di chilometri: acqua a portata, climatizzatore al massimo, finestri sù, giù, boh.
Dello spavento preso in autostrada, con fuori 38° e centinaia di chilometri ancora da percorrere, quando il condizionatore dell'auto ha smesso di rinfrescare.
Della conseguente ricerca frettolosa di un posto all'ombra per controllare cosa fosse successo e del sollievo nello scoprire che bisognava solo fare una pausa (ventola dell'auto in funzione per raffreddare il motore, meno energia a quella del condizionatore). Una cosa comunque mai accaduta in trentanove anni di guida e più di un milione di chilometri percorsi.
Del fare attenzione al lavoro: a non fare troppo movimento, non fare troppo sforzo, controllare che sia ventilato, fermarsi quando sembra di essere andati oltre, rinfrescarsi, bagnarsi la testa e bere acqua, pure se non ne hai voglia.
Dell'attesa delle ferie, che non arrivavano mai.
Del modificare programmi mentre cerchi di goderti la strameritata vacanza, perché 36° alle otto di sera in Francia non te le aspetti e rinunci alla visita del borgo, dato che oltre a noi c'è una cagnetta che il caldo proprio non lo sopporta e devi tenerne conto. Non è stata l'unica volta in cui si è dovuto non fare quello che si sarebbe voluto, e la cosa scoccia enormemente.
Dello sconforto che ti prende quando apri una qualunque area commenti di un qualunque post social riguardante il meteo (ma non solo) dei maggiori siti di informazione. E' una magra consolazione sapere che se sono intasate da una marea di bot, troll e utili idioti vuol dire che l'articolo/post post ha molto probabilmente colto nel segno e puoi quindi crederci, ma quanti fanno questo ragionamento? Spero siano tanti, ma va a sapere.
E poi ci si dimenticherà dei soldi in più spesi in carburante e elettricità per gli aumentati consumi, oltre che per le scelte criminali di un ottantenne rincoglionito. Lo stesso che ha pensato bene di uscire da tutti gli accordi sul clima, nonostante il suo sia secondo nella lista dei Paesi che emettono più gas serra responsabili del riscaldamento globale.
Alla fine è tutto collegato, e ancora una volta si capisce come la faccenda possa essere risolta solo grazie alla politica: prima ci si leva dalle scatole chi apertamente nega il problema e chi in tutto il mondo apertamente li appoggia, e prima si potrà se non altro cominciare a cercare di risolvere la questione.
Ci sarebbe bisogno di scelte coraggiose e radicali.
Di prendere atto e risolvere.
Di andare avanti, finalmente, e a volte sono pure preso da ondate di ottimismo. Mi dico che una roba come quella che stiamo vivendo è troppo perché non la si noti e non si agisca di conseguenza.
Una decina di giorni scarsi attesi da un anno e agognati da qualche mese, da quando questo incubo di estate 2026 ha avuto prematuramente inizio e ancora persiste nel rovinare le giornate.
Dieci giorni.
Una volta, parlo dei miei vent'anni in cui comunque già lavoravo, era giusto l'assaggio della vacanza.
Capitava di starsene in giro per l'Europa col biglietto Inter Rail delle Ferrovie dello Stato minimo una quindicina di giorni, per poi almeno nel mio caso scendere al paesello d'origine e rientrare alla base dopo almeno un'altra settimana lontano da casa. Il resto era acclimatamento prima di rientrare al lavoro dopo quattro settimane di ferie. Il tempo di annoiarsi e dirsi che di riposo se ne aveva avuto a sufficienza.
Certo, era diverso. Il biglietto dell'Inter Rail aveva una sola formula: un mese di durata, percorsi illimitati nei Paesi aderenti, quota fissa corrispondente a circa 170 € attuali, contro i 520 € di oggi. Un aumento del 30% rapportato a quanto si guadagnava all'epoca, dove comunque io avevo un contratto a tempo indeterminato con una discreta retribuzione per essere un neo assunto. Oggi, che ne parliamo a fare?
Comunque sì, certo, c'erano altri tipi di spese, si viveva in famiglia e tutto quello che si vuole, ma resta che le settimane in cui ad agosto ci si fermava erano quattro.
Mi è capitato di dirlo ad una giovane segretaria con cui ho a che fare per lavoro: mi ha guardato come si guarda un alieno.
Stentava a credere che si potessero fare tante ferie tutte assieme durante l'anno e più che altro che ad agosto in pratica fosse tutto fermo: Feriae Augusti preso alla lettera. Ho evitato di dirgli che a Natale in genere le ditte chiudevano la produzione per almeno altri dieci giorni, e che durante l'anno avevi svariate ore di permessi retribuiti. Mi sono anche chiesto come mai i suoi genitori, ad occhio miei coetanei, non gli abbiano mai detto nulla di tutto questo, ma d'altronde pure i miei di genitori non è che sprecassero molto tempo a raccontare del passato. C'è da dire a loro discolpa che i miei genitori per provenienza anagrafe e vita avevano faccende più importanti di cui occuparsi: boh, non so.
Ad ogni modo, dicevo, oggi chi si fa tre settimane di fila viene guardato male. Parlo delle grosse aziende naturalmente, che spesso prendono le ferie come una cassa integrazione extra, e non è certo positiva la cosa. La cosa peggiore è che non sono sempre i datori di lavoro a guardarti male, ma spesso colleghi e lavoratori come te:
"Ah, io non riuscirei a stare fermo per quattro settimane di fila!" mi sento dire.
La risposta che gli arriva in genere è "Io sì cazzo, ma se ti avanzano giorni dalli a me che te le consumo io le ferie".
Anche solo a stare a casa qualcosa da fare per passare il tempo senza dover lavorare lo trovo di sicuro, e se non lo trovo vivaddio rivendico il sacrosanto diritto al grattarsi le parti basse senza sentirsi in colpa o provare, come tanti, l' horror vacui.
No, ne ho tante di rogne, ma quel problema lì grazie al cielo non ce l'ho.
C'è poi pure quello che ti dice che preferisce prendersi una settimana ogni tanto, quando vuole, se la propria ditta non chiude le due settimane canoniche a cavallo di Ferragosto, ormai la norma. Cioè in pratica non stacchi mai, se pure la scienza ormai certifica che ci vogliono almeno otto giorni per rilassarsi.
A me due settimane di ferie non bastavano nemmeno quando le estati erano normali, figurati adesso che è diventata una gara di sopravvivenza l'arrivarci!
Su questo tema, il caldo infernale di questa estate, lasciamo stare. Si continua a fare molto poco quando ormai è evidente che la questione debba essere trattata né più né meno che una pandemia, come ai tempi del Covid. Si lasciano le soluzioni al singolo, come gran parte delle cose in questo Paese.
Eppure non eravamo così.
Io non so cosa sia accaduto esattamente a noi come popolo, e parlo di noi che abitiamo questo lembo di terra a forma di stivale, di noi italiani. Siamo sempre stati così... così... così fessi?
Perché noi siamo diventati indubitabilmente dei fessi.
Per rendersene conto basta uscire anche solo pochi chilometri fuori dalla cintura delle Alpi. Basta mettere il naso oltre confine per comprendere quanto siamo diventati autoreferenziali, supponenti, presuntuosi, spesso arroganti ma, sotto sotto, tremendamente stupidi.
La maggior parte dei discorsi che ci sento fare riguarda una magnificenza che non c'è più, un primeggiare inesistente, una idea di noi che a questo punto non capisco da dove venga.
Da ricordi tramandati forse, da quando magari non primeggiavamo in assoluto, ma ci sembrava di giocarcela alla pari con gli altri.
Gli anni '60, quelli del boom economico, quelli dove dicevamo la nostra nel cinema, nelle arti, nella gastronomia, nell'economia, in un modello di vita che da altre parti ci invidiavano.
Ma è un effetto ottico.
Un errore di percezione.
Avevamo eccellenze, certamente. Ma era grazie ad individui a loro modo geniali che fungevano da avanguardia e traino, aiutati da un sistema meno ingarbugliato (e anche meno giusto) che permetteva lauti guadagni e scarsa redistribuzione. Anche nel piccolo per chi aveva voglia di fare c'erano possibilità oggi sconosciute derivanti - ricordiamolo - dalle macerie su cui ci si ritrovava a ricostruire dopo anni bui: tanto da fare, tanto da guadagnare, poco da restituire e a culo tutto il resto.
Anni all'apparenza d'oro, ma anche l'inizio delle speculazioni, della cementificazione, della distruzione di tutto quanto fosse patrimonio comune.
Anni la cui percezione è rimasta distorta, come quelle pagine social da boomer della serie Noi che di qua e Noi che di là. Ebbene Voi che di qua e Voi che di là avevate quell'età in cui tutto vi sarebbe sembrato bello pure se vi fossero piovute bombe addosso, e per fortuna non è stato così, anzi.
Sappiatelo.
Anche in politica gli esponenti della Prima Repubblica non sono certo da rimpiangere, se escludiamo due o tre figure. I disastri sono cominciati in quegli anni, e oggi abbiamo raggiunto il minimo storico in quanto a rappresentatività.
O forse no. Forse entrambe le classi dirigenti rappresentano oggi come allora esattamente chi li manda a governare, e se questo fosse vero c'è da mettersi a piangere.
Un errore di percezione.
Continuiamo a farci belli per cose fatte da chi ci ha preceduto di cui noi, oggi, non abbiamo il benché minimo merito.
L'esaltazione dell'italianità e del Made in Italy è una frottola che ci raccontiamo per nasconderci la realtà scomoda del non essere riusciti a migliorare quasi niente di quello che avevamo, anzi.
Il decantato Made in Italy.
Nel settore dell'auto di italiano c'è rimasto poco, nell'industria alimentare le grandi industrie sono proprietà svizzere, francesi e spagnole. Quei formaggi che crediamo tanto buoni, col quasi totale comparto caseario italiano, fanno capo a un marchio francese come pure l'Alta Moda.
Di Made in Italy c'è rimasto poco, sufficiente però a farci continuare a pensare che come da noi da nessuna parte mai.
Cazzate.
Dice sì però, le piccole produzioni, il cibo prodotto vicino casa, il margaro, il vino del contadino...
Mah.
Io del vino del contadino non è che mi fidi granché, e pure dal Fatto in Casa scappo volentieri.
Quando mi dicono la frase "Assaggia. Lo abbiamo fatto noi!" con ostentato orgoglio, in genere cerco la prima scusa che mi viene per gentilmente declinare. Di vini acetati e melanzane sott'olio troppo me ne sono rimasti sullo stomaco per non ricordarmelo.
Non parliamo poi del "come si mangia da noi...". Dai ristoranti alle pizzerie a - orrore! - gli ex porcari nobilitati a street fooders nel settanta per cento dei casi si mangia da schifo per quanto lo paghi, in un altro venti per cento è appena appena accettabile, forse solo in un posto su dieci puoi dire di mangiare davvero bene.
Insomma va a fortuna, e con questo ci siamo uniformati al resto del mondo di cui pensavamo di non fare parte.
Delle nostre infrastrutture è inutile pure parlarne.
Da strade che sono diventate un patchwork di rattoppi che durano lo spazio di un temporale e via di nuovo cantonieri con la pala a rattoppare buchi che si riformano alla velocità della luce.
Il benessere di un territorio lo vedi dalla qualità delle strade che lo attraversano. Ma ci vedi pure il rispetto per chi quelle strade in teoria le mantiene con le proprie tasse, che evidentemente vanno a tappare altri tipi di buchi.
E' brutto fare il paragone con l'estero, ma vi prego, fatevi un giro in Francia o in Germania e poi venitemi a parlare della bellezza dei nostri luoghi. Questo mese ho fatto 3300 km di strada e ho incontrato più buche da casa al Frejus che in tutto il resto del viaggio.
La cosa peggiore che ci è capitato di dover vivere ultimamente però, e non lo avrei mai detto a un popolo mediterraneo, è la velocità con cui affrontiamo il mondo.
Noi corriamo, e non so perché.
Lavorando si corre, per qualsiasi cazzata.
Tutto è diventato urgente, le richieste ti arrivano all'ultimo momento utile e devi correre per soddisfarle. Non so se si aspetta l'ultimo momento perché si spera di risparmiare o perché semplicemente si lavora a cazzo di cane, fregandosene se metti in difficoltà chi è dall'altra parte: l'empatia è un'altra delle cose che possiamo cominciare a dimenticarci di avere.
Dall'altra parte spesso non puoi permetterti di mandare a cagare chi dimostra di non avere un briciolo di rispetto per te, e allora abbozzi. Un popolo che abbozza e che corre, e che di conseguenza lavora sempre peggio.
Corriamo talmente tanto nelle ore di lavoro che quando usciamo continuiamo a correre.
Sempre riferito a quei 3300 km fatti oltralpe, in dieci giorni avrò visto due/tre auto superare limiti di velocità non certo elevati. Di gente che ti suona se tardi un secondo al semaforo o in un incrocio giusto una volta, nessun sorpasso a capocchia, il tutto nella quasi totale assenza di controlli stradali (un paio in dieci giorni?).
Cose ormai impensabili da noi.
Qui abbiamo tutti fretta di arrivare, dove non si sa, basta arrivare. Mi ci metto pure io, naturalmente, e non va bene.
Abbiamo tutti necessità di ostentare, forse. Col suv ultimo grido che non riesco manco a parcheggiare, con l'auto mezza sportiva che se non corri che l'hai presa a fare.
Tutti corrono, pure il ragazzotto con la pandina del cazzo corre, non parliamo poi di quelli la cui auto ha un logo con quattro cerchi. Viaggio moltissimo per lavoro, ne incontro di continuo. Ormai quando vedo nello specchietto l'arrivo di una di queste so già che alla guida c'è molto probabilmente un coglione che va ai duecento all'ora (sulle strade-patchwork) e rallento per farlo passare, che tanto proverebbe a passare lo stesso. Credo se conducessero uno studio scientifico sulla correlazione tra quell'auto e i suoi possessori, ne verrebbero fuori delle belle.
Insomma non so cosa siamo diventati, ma non è un bel quadro. Mi viene in mente la canzone di Gaber in cui rispecchiarsi, ed è un peccato.
L'impressione è che ci sia una sorta di incoscienza generale.
Incoscienza nelle nuove generazioni come è giusto e scontato che sia. E' perfettamente naturale che a vent'anni tu possa non avere idea di come giri il mondo, di come affrontarlo, di come sarebbe giusto che fosse e di cosa fare per starci dentro al meglio delle tue possibilità. Pretendere che siano solo loro a cambiare il corso delle cose, semmai ci fosse qualcuno a pretenderlo, non è nemmeno giusto.
Ma parlando in generale trovo che anche le generazioni precedenti siano parecchio incoscienti su quanto li circondi.
Sento e vedo trenta/quarantenni occuparsi di stronzate dalla mattina alla sera. La maggioranza non sa prendersi mezza responsabilità, non sa sostenere mezza posizione se non quella che va per la maggiore e che gli viene calata dall'alto, in una sorta di apatia abbastanza inspiegabile.
Tra di loro lo scollamento è totale, l'individualismo elevato a religione, il motto Ognun per Sé, Dio per Tutti scolpito a caratteri cubitali in fronte.
I più vecchi, in cui purtroppo sto finendo per far parte, si dividono in chi vorrebbe ma non può, e chi ha il cervello completamente fuso dall'abbondanza in cui si è ritrovato a vivere.
Chi doveva guidare, tramandare concetti, nozioni, valori soprattutto, ha in un certo senso abdicato al proprio ruolo, troppo preso da un errato concetto del Qui e Ora che nella loro interpretazione diventa me la godo adesso e del domani chissenefotte. Un atteggiamento oltremodo stupido.
A questo proposito ho assistito a un episodio piuttosto emblematico durante la vacanza in Finistère, sulla Pointe du Raz.
C'era un tizio, tra i quaranta e i cinquanta a vederlo da lontano. Tirava un vento non troppo forte, ma l'aria era decisamente fresca. Lui era vestito con jeans, una polo e scarpe da ginnastica senza calze.
Era andato ad appollaiarsi sulla cresta di una parte del promontorio e reggeva in mano un telefonino, probabilmente intento a farsi selfie e foto dal quel punto.
Non credo che arrampicarsi fino lì fosse permesso.
Non c'erano divieti espliciti, ma in certi posti all'estero difficilmente ne mettono se non agli ingressi: considerano a differenza nostra le persone abbastanza intelligenti da non mettere, ad esempio, le dita nella presa senza che glielo si vieti.
Alla destra dell'uomo una ragazza sui quattordici/quindici anni tentava di raggiungerlo. Lui comincia a dargli indicazioni tipo Aldo Giovanni e Giacomo nella scena della montagna (turnica), lei a tentoni finalmente ci arriva.
Lì per lì ho pensato che non mi sembrava una idea furba quella di arrampicarsi su una scogliera vestiti come a prendere l'aperitivo al bar, col rischio di cadere, farsi male, rompere i coglioni a quelli che ti devono recuperare. Ma ho pure pensato che tutto il mondo è paese e scemenze del genere, un padre che mette a rischio l'incolumità sua e della figlia, accadono anche in Francia, non solo da noi.
Una volta insieme sento lui che urla qualcosa, ma senza motivo visto che ormai erano vicini. Forse per il vento, urla comunque di meraviglia, e in effetti il posto merita.
Le urla mi sembrano familiari, capisco quello che dice: scopro che il tizio è italiano (e non dico la regione di provenienza per amor di patria).
Tutto torna, alla fine.
Ecco, l'italiano medio oggi mi sembra esattamente come nella scena che ho visto nel punto più estremo di Francia.
Mancanza di responsabilità, leggerezza, incapacità di giudizio.
L'incoscienza di chi da padre si comporta ancora come da figlio.
Non siamo cresciuti, siamo rimasti bambocci, come bambocci ci comportiamo.
Una volta, in seconda o terza media, non ricordo bene, una giovane supplente della nostra insegnante di italiano assente per un periodo piuttosto lungo per motivi di salute - povera, chissà che fine ha fatto? - ci diede da scrivere una tesina a gruppi di tre o quattro, argomenti vari, e al mio gruppo toccò "Canzoni di pace e di guerra" o qualcosa del genere, con mio sommo piacere dato che di musica ne ascoltavo già parecchia.
Ci diede in prestito qualche disco, cercammo in biblioteca qualche libro, la scrivemmo scegliendo quelle più rappresentative, ma troppe ce ne erano, tant'è che l'elenco era piuttosto lungo. Tra le altre naturalmente non poteva mancare La Canzone del Bambino nel Vento, meglio nota come Auschwitz, di tale Francesco, senza cognome (nel suo primo album, Folk Beat n° 1, il cognome non è usato) che io indicai come Francesco Guccini.
La giovane insegnante mi contestò la cosa: "Non è Francesco Guccini. E' Francesco!"
Protestai, perché ero piuttosto certo della paternità del brano.
Agonismo, tecnica, velocità tutto in uno scatto, quello sbuffo nel terreno ne è la rappresentazione perfetta. Colori saturi a far risaltare divise nei colori classici, belle nella loro essenzialità.
Stagione 1983-84, la Juventus post Atene di Platini e Boniek che comincia a vincere tutto quello che c'è da vincere. Il Milan di Giussy Farina appena rientrato dalla serie B in cui era riscivolata per la seconda volta, questa volta sul campo, dopo la prima a seguito del Calcioscommesse.
Il Milan di Eric Gerets e Luther Blissett (no, non quel Luther Blissett, questo Luther Blissett), squadra giovane, allenatore Ilario Castagner, Baresi già capitano a 23 anni: qui sopra lo si vede anticipare Boniek nella sfida di ritorno persa a San Siro per 3 reti a 0.
Franco Baresi, uno dei pochi in quegli anni a portare la maglietta sempre fuori dai calzoncini. Gli altri erano Krol, Platini e... e non me ne vengono in mente altri. Eccezioni alla regola (era vietato), di altissimo livello.
Franco Baresi fratello minore di Beppe, uno milanista l'altro interista. Orfani giovanissimi, campioni entrambi, in maniere diverse.
Franco Baresi capitano del Milan che stravinceva in Italia e nel mondo, secondo per lungo tempo solo a Scirea nell'interpretazione del ruolo di libero, poi non ce ne è stato per nessuno.
Se ne è andato proprio in questi giorni Franco Baresi, e mi spiace molto.
Partendo da lui e da quella fotografia spettacolare avrei voluto scrivere di come sia presente in una delle mie immagini preferite, di come quella stagione rappresenti per me quella più sentita e partecipata, non solo per la Juventus ma anche e soprattutto per via del mio Avellino.
Di come sia cambiato il calcio, di come non lo riconosca più, di come di fatto non mi diverte più.
Ma non è colpa del calcio. Lui va avanti, come tutte le cose.
E' che io avevo 16 anni in quella stagione.
Cominciavo a prendere decisioni personali, tutto era da fare, tutto era da scrivere, tutto sembrava promettere al meglio.
Il calcio riempiva le giornate, anche la musica piaceva.
Pino Daniele se ne usciva con un disco con una foto in copertina anche questa spettacolare.
(Incendio del Cap-Ferret, vista dalla spiaggia di Moutchic, Francia. Photo M.Lamy)
Venticinque di luglio, quattro del pomeriggio, fuori ci sono sui 28-29°. Un po' nuvoloso, quindi afoso, per stasera danno temporali. In casa è la prima volta da mesi che sia il surrogato di condizionatore (in realtà un fin troppo rumoroso pinguino) che i due ventilatori dabbasso sono spenti a quest'ora del giorno. E' la tipica giornata estiva italiana, quella che abbiamo vissuto almeno fino al 2003, esattamente per come la ricordavo.
Di quelle che guardare la temperatura esterna è un pensiero che non ti passa per la testa. Quelle giornate che a dar retta ai climascettici a volte ti sembrano non essere mai esistite, perché per loro anche allora erano l'eccezione, non la regola. Stronzate, naturalmente, che sfiancano, tolgono energia, creano danno.
Quelle giornate sono lì fisse nei ricordi, nonostante a volte se ne dubiti. Pensare alla stagione estiva, a luglio, equivale a pensare a giornate come oggi. Quelle dove potresti già cominciare a lamentarti per il caldo, e una volta lo avresti fatto, sicuramente: chi diavolo ha mai indossato i bermuda non per moda ma per necessità?
Ma oggi no, oggi non ci si lamenta di giornate come questa. Anzi. Le si aspetta come manna dal cielo per rifiatare.
Dura poco. Una breve, brevissima pausa, tra una ondata di calore e un'altra, in quel viaggio tra i gironi infernali che sono diventate le estati. Il pensiero che fra non molto, solo pochi giorni, le temperature ricominceranno a salire e ci attende una nuova ondata ha l'effetto di non farti godere dell'oggi. La precisione a cui i modelli previsionali sono arrivati hanno l'effetto di un allarme sempre acceso, se ti tieni informato.
L'alternativa sarebbe non volerne sapere nulla. Pensare ottimisticamente che le previsioni saranno sbagliate, reprimendo la vocina interiore che ti dice che i tempi del Colonnello Bernacca e di Che Tempo Fa sono passati da un pezzo.
Negare sempre, negare comunque.
Dirsi cose come "non sopportiamo più il caldo come una volta", "E' estate, vuoi che non faccia caldo d'estate?".
Fare finta di nulla. Non guardare, non chiedere, andare sempre avanti come criceti nella ruota. Peggio ancora: pensare che ci si potrà adattare al cambiamento così, d'incanto, senza che nessuno faccia nulla, per umana evoluzione. Una evoluzione accelerata, come nemmeno nei film di fantascienza.
Meglio allora la diffusa incoscienza come antidoto all'ecoansia, che non ti viene solo se - appunto - non ti rendi cosciente di ciò che sta accadendo.
Ci giriamo dall'altra parte mentre l'Europa brucia, il mondo brucia.
Qui da noi si fa poco o nulla per contrastare il cambiamento climatico, in giro per il mondo quasi niente. Quel poco che è stato fatto è ormai vanificato e anzi si va in direzione contraria.
Lo trovo un comportamento idiota, ma questo è, questo siamo. Non fossimo dei completi idioti non avremmo a governare il mondo chi abbiamo oggi, è evidente.
Non tratteremmo Greta Thunberg come una visionaria esaltata, daremmo ascolto a chi ci mette in guardia, faremmo quanto possibile qui e ora per mettere una pezza ai disastri passati.