lunedì 29 giugno 2026

Generation boh


Ieri, per esigenze improcrastinabili, ho dovuto prendere l'auto nel pomeriggio, nel momento più caldo della giornata, e viaggiare per un paio d'ore. In previsione dell'evento già in mattinata avevo provveduto a parcheggiare l'auto in un posto in quel momento all'ombra con in più una coperta termica sul parabrezza perché più tardi il sole si sarebbe spostato, operazione questa che effettuo di solito solo in pieno agosto in vacanza e solo da pochi anni a questa parte. 
Prima di partire ho aperto tutte le portiere per far circolare l'aria, messo in moto con condizionatore a palla, dopo un paio di minuti spostato in un posto più ombreggiato, atteso una decina di eterni minuti per far raffreddare un po' l'abitacolo e, finalmente, sono partito.

Il termometro segnava 41°, ma da fermo e al sole ci poteva pure stare (sic). Viaggiando si abbasserà, mi sono detto. In effetti dopo poco è sceso a 39°, ma calcoliamo sempre il fatto di essere in una città alle quattro del pomeriggio di una giornata che già si sapeva essere il picco della ondata di calore che da due settimane flagella l'Europa e che i 40° erano attesi.
Dovevo andare a Torino, pieno centro. Dunque mille semafori, mille occasioni in cui il motore gira a vuoto emettendo calore, mille occasioni per vedere il termometro dell'auto andare sulle montagne russe. Cosa puntualmente avvenuta, arrivando a segnare i 45° da fermo, in coda, per poi cominciare a scendere e risalire, a volte anche di quattro o cinque gradi, fino ad arrivare alla fine corsa di questo viaggio ad attestarsi sui 38°, che per me è pur sempre una enormità.
 
Atmosfera surreale. 
Non molto traffico, tutti barricati nel proprio abitacolo coi condizionatori a manetta, qualcuno con tutti i finestrini abbassati. 
Per esperienza (viaggio molto) ho imparato a usare il condizionatore nella maniera per me più funzionale: dopo aver raffreddato l'abitacolo aprire a metà i finestrini per far circolare l'aria, che altrimenti ti si seccano pure i peli dietro la schiena figuriamoci le narici, nel mentre mantenere attivo il condizionatore a raffreddare. In genere funziona, ma perché lo faccia bisogna aspettare che la temperatura interna dell'abitacolo sia fresca, altrimenti l'aria calda che entra sovrasta tutto il resto. 
Non facilissimo. Basta una sosta più lunga del dovuto e il gioco salta. Insomma, è tutto un alza e abbassa e apri e chiudi intervallati da madonne e santi vari che volano.
Non molto traffico e poca gente in giro, vestiti al 28 di giugno a Torino come una volta il 28 luglio ad Alassio, ma solo perché eri al mare e potevi permettertelo. 

Atmosfera surreale e, aggiungo, inquietante.
Mai viste temperature simili. Anche se il blaterare delle mandrie negazioniste ti fa venire il dubbio, ricordo perfettamente quando notavo temperature attorno ai 33/34° e mi sembravano una enormità. Ricordo pure che non duravano molto, che nel giro di pochi giorni si tornava a valori più umani, insomma ricordo cose normali credo, ma a sentire i deficienti che spargono letame in giro pari essere tu quello sbagliato. 
Ma sono cose già dette, ripetute, risentite alla nausea da almeno venti anni a questa parte e sono arrivato al fatidico punto in cui mi annoio al solo ripensarci. 

Il punto ora è la storica domanda: che fare?
Fare informazione? 
C'è chi lo fa in maniera egregia da decenni ed è sostanzialmente inascoltato.
Mettersi a controbattere colpo su colpo alle mandrie negatorie? 
Tempo perso, già solo nel cercare di riconoscere gli imbecilli veri da quelli falsi.
Sperare che la politica faccia qualcosa? 
Ragazzi, qua vanno dietro a Vannacci. Eddai su....
Costringere la politica a fare qualcosa? 
Ecco, sì, si dovrebbe fare. Ma perché ci si arrivi bisogna che la politica veda in questo qualcosa un tornaconto, quantomeno elettorale (Come? dovrebbero farlo per un ideale? Ma di che parlate? Rieddai su....). Per cui la faccenda deve diventare massa critica, ma ci vuole la massa, e questa ora come ora è occupata a guardare mondiali farlocchi se non Temptation Island e a buttare soldi in eventi da instagrammare il giorno dopo. Poi però sono ottimista nonostante le apparenze, e spero sempre che i governi intervengano come in epoca Covid adottando soluzion... soluzioni.... aspetta un momento.... Governi che adottano misure impopolari per la salvaguardia del pianeta oltre che della specie umana? Naahhh!

Adottare soluzioni personali.
Ecco, queste al momento sarebbero le sole per cui vale la pena di investire tempo e denaro (e ci stiamo pensando, per il poco che ci è possibile fare).
Perché il punto di non ritorno lo abbiamo oltrepassato già da un bel po'. Le cose potrebbero tornare a livelli accettabili nell'arco di qualche decennio se ci si muove ora e, a parte che non vedo movimenti, non è nemmeno detto che ci si riesca. 
Nell'arco di decenni significa che per la generazione dei boomer sarà così fino alla fine: una estate dietro l'altra a rimpiangere la frescura giovanile (chi la ricorda, perché una buona parte delle mandrie di cui sopra arriva proprio da loro). 
La mia Generazione X forse, un forse enorme quanto il mondo, potrebbe cominciare a intravvedere qualche minimo risultato, se solo si desse una mossa in quel senso e non inseguisse i fratelli maggiori sulla strada dell'idiozia. I Millenials... oddio che dire dei Millenials? Pensavo che la mia generazione fosse sfigata, finché non ho conosciuto la loro. 

C'è  da sperare che il grosso delle richieste di cambiamento in tema di ambiente e clima arrivi da chi ha più interesse a che le cose migliorino, i nati dopo il 2000, e lo so che anche il referendum del 2015 interessava più loro ed è finito come è finito, ma l'ottimismo etc etc. Certo vedere i movimenti giovanili quasi naufragare dopo un entusiasmo iniziale non aiuta, e questa considerazione non aiuta nel contenimento di una roba sconosciuta fino a non molto tempo fa, ma la speranza è l'ultima ad andarsene. 

Speranza che nonostante gli alti e bassi mi fa essere comunque ottimista. 
Almeno fino a quando non mi ricordo di una scena vista in un supermercato pochi giorni fa. La scena di un padre sui cinquant'anni che spiega serio serio a un figlio sui sedici/diciassette, alto più di me che sono 1,79 di almeno cinque cm, la differenza tra un pacchero e una calamarata, con il figlio che non lo manda a stendere, dato che la differenza la noterebbe anche uno cecato dalla nascita. 
Ecco, episodi del genere mi fanno pensare che dalle montagne russe su cui siamo tutti sarà molto (molto) complicato scendere. 
Certo non a breve.


domenica 28 giugno 2026

Memorie del sottoscala


Lola è l'essere che riempie le nostre giornate da tre anni a questa parte. Più alla mia bella che a me a onor del vero, in ragione del fatto che undici ore delle mie giornate le trascorro fuori casa, per cui diciamo che nella sua scala di preferenze vengo per secondo, ma uno che ha trascorso più o meno l'ottanta per cento della sua esistenza senza animali domestici, e quindi non è proprio abituato a condividere tempo e spazio con questi, sa che è giusto così.
L'abbiamo adottata da un canile del sud Italia, precisamente da questo posto qua (detto per dovere di cronaca, non è ovviamente l'unico posto dove ogni giorno svolgono un lavoro straordinario: se uno cerca nei propri dintorni sicuramente qualcuno come loro c'è). 
Un altro pezzo di meridione che entra nella nostra famiglia, cosa che non può che farci piacere naturalmente.

Lola, oltre ad insegnarmi un mucchio di cose di cui forse un giorno parlerò, è diventata il mio termometro vivente, il mio parametro per stabilire la soglia di sopportabilità del caldo. 
Ha dei punti in casa a seconda della temperatura. 
Se se ne sta comoda sul divano a mo' di ciambella va tutto bene, anzi magari fa pure freschetto. Anche nella sua brandina poco distante va ancora bene. Sotto la finestra è già una ricerca di frescura, sotto la scala come nella foto, il punto più fresco della casa, è il segnale che fa troppo caldo. 
E' da un mesetto che Lola staziona abitualmente sotto la scala, cercando refrigerio come può, e siamo solo ancora a giugno. Le ultime due settimane poi sono stata particolarmente pesanti, non scendendo mai sotto i 30° di massima e poche volte sotto i 20° di minima. 
Forse per una nata sotto i cieli della Campania non era proprio la situazione che si aspettava di trovare su al nord. 

Ecco, nel gran casino del cambiamento climatico, oltre a chi da anni cerca di segnalare il caso di dover intervenire e di farlo in fretta, a patire sono pure tutti gli animali che nulla hanno fatto per meritarsi tutto ciò, i primi a subirne le conseguenze
Se il deficiente negazionista può continuare a ripetersi il mantra rassicurante del "se non fa caldo d'estate" mentre spende per ventilatore e condizionatori che fino a trent'anni fa considerava un lusso non necessario, per gli animali la vedo un po' dura andarsi a comprare gli elettrodomestici.

A proposito di chi nega le evidenze ho già detto in un precedente post, ma fa sempre rabbia vedersi trascinati in qualcosa che ancora si potrebbe evitare nelle sue conseguenze più tragiche, se solo si riflettesse un minimo. Perché io il petroliere miliardario che ha tutto l'interesse a venderti i suoi idrocarburi fino all'ultima stilla lo capisco pure che possa cercare in tutti i modi di influenzare il dibattito pubblico, quindi anche finanziando mezzi di informazione e gruppi politici affinché neghino fino allo spasimo (il metodo è sempre lo stesso), ma l'operaio che lavora in fonderia o in vetreria, chi lavora per le strade, nei campi, in tutti i luoghi dove mantenere temperature accettabili è impossibile, che quando è ora di scegliere chi mandare a rappresentarlo nelle istituzioni mette la croce su chi poi va contro i suoi interessi, ecco io quello non lo capisco, e forse non lo capirò mai. Limite mio, sicuramente.

Le uniche scelte possibili per evitare una catastrofe sono per forza di cose di natura politica. Non si scappa da questo, a meno che non ci si possa permettere di fare scelte personali radicali, tipo andarsene a vivere in posti migliori e chi si è visto si è visto. Dubito che l'operaio di cui sopra possa farlo. 
Potrebbe però smetterla di scegliere chi sa solo incolpare chi è messo peggio di lui nella scala sociale, perché un poveraccio "remigrato" (termine odioso, versione zuccherata di "deportato") non gli farà certo abbassare le temperature in casa d'estate, ma magari politiche ambientali sì. 

Ora che la casa sta bruciando spero che finalmente ci sia un risveglio collettivo, anche se viene da dubitarne, e lo spero perché purtroppo quelle scelte personali radicali, per quanto possano attirarmi, non me le posso permettere. Che è po' sentirsi come Lola in questi giorni, sono certo lo capirete.


domenica 21 giugno 2026

Odio il caldo



Odio il caldo. Non l'ho mai sopportato e ho sempre guardato storto quelli che "a me il caldo piace". Sempre. Pure prima del 2003. Pure prima che le temperature medie estive si attestassero su un aumento di circa 2° rispetto agli anni precedenti il 1990. Sarà per via dell'essere nato ai primi di settembre in quella che giù sull'appennino è già considerata montagna quando le temperature si fanno piacevoli pure ad altre latitudini, con ancora quasi tutto un anno prima che il caldo vero mi si presentasse per la prima volta, ma - lo ripeto - io il caldo non l'ho mai sopportato. Potete quindi immaginare con quale gioia mi sono apprestato ad affrontare la stagione che comincia oggi, quella che con buone probabilità si avvia a peggiorare le già poco confortanti statistiche legate alle temperature. 

Dicevo del 2003, di quell'estate cominciata a metà maggio e continuata ininterrottamente fino a quasi fine settembre. Una lunga bolla di calore rimasta nell'immaginario collettivo come l'inizio di qualcosa che è andato via via peggiorando e che se ventitré anni fa era una anomalia, oggi è diventata - purtroppo - la normalità. In mezzo anni di allarmi inascoltati, propositi di interventi per limitare le attività antropiche responsabili del riscaldamento globale buttati al vento, scienziati e climatologi che non sanno più come far capire che ci stiamo avviando in un territorio sconosciuto, con conseguenze catastrofiche e con in più la pena di dover sopportare le mandrie negazioniste che negano ogni evidenza. 
Di queste ultime c'è poco da dire. Al netto di troll, bot e imbecilli prezzolati che hanno tutto l'interesse affinché nulla cambi, gli altri sono esattamente gli stessi che abbiamo imparato a conoscere durante gli anni del Covid, quelli talmente terrorizzati dal mettersi di fronte alla realtà che negherebbero la loro stessa esistenza se servisse. Ignavi fino al midollo, cercano però consensi da chi ritengono inconsciamente normale per sentirsi di esistere, casi psicologici vocianti, che creerebbero meno danno se solo guardandosi allo specchio si dessero dell'idiota una buona volta, ma tant'è.

La situazione dunque è grave. Dopo aver visto anno dopo anno disattesi tutti gli accordi presi sul tema del contrasto al riscaldamento globale, c'è da essere seriamente preoccupati, di più, angosciati riguardo alla faccenda considerando anche un altro aspetto: noi i cui capelli sono ormai bianchi ricordiamo le estati del secolo scorso, dove i 34° erano evento raro, dove capitava certamente di vivere giornate e notti calde e afose, ma duravano due/tre giorni a dir tanto e poi si rientrava nella norma. 
Ma chi è nato attorno al 2000 e anni successivi non sa nulla di tutto ciò. La normalità per loro è quella che viviamo oggi, con ondate di calore persistenti scambiate per estate. 
Qualcuno (genitori? parenti? insegnanti?) dovrebbe dir loro che fino a venti anni fa le cose erano diverse, dovrebbero fargli capire che quelli che ci rimetteranno di più sono proprio loro, non certo i rincoglioniti ottuagenari che "governano" il mondo a suon di guerre inutili. 
Che se c'è una causa per cui vale la pena lottare per cambiare le cose è proprio questa, non chissà dove nel mondo, ma qua da noi, ora. 

Mi auguro, l'unica cosa che posso realmente fare oltre a cercare soluzioni personali (perché al momento non rimane nient'altro), che i ragazzi oggi prendano coscienza della situazione e sappiano far meglio di chi li ha preceduti. Quest'ultimi sono ancora troppo impegnati a ballare sul Titanic per poter fare qualcosa.



domenica 14 giugno 2026

Geremiade


Il Mondiale di Calcio è cominciato e a me non frega nulla. Non avrei mai detto che sarebbe potuta accadere una cosa del genere a uno che di calcio è stato malato a lungo. 

Uno che la notte successiva ad  Atene la trascorse insonne a rivedere con la mente quel tiraccio da fuori area di Magath a battere Zoff, incredulo ancora oggi per quanto accaduto, e che la settimana successiva si trovava in curva Filadelfia a vedere i bianconeri travolgere in Coppa Italia i neo campioni della Roma per 3-0, chiedendosi come fosse stato possibile perdere un campionato e una Coppa dei Campioni mandando in campo quella squadra. Ce ne sarebbero state altre di finali perse (troppe altre), ma quella è ancora lì ferma nella memoria perché fu la prima vera sconfitta vissuta da tifoso: troppo piccolo nel 1973 per starci male, e comunque la febbre sarebbe salita anni dopo.

Uno talmente malato di calcio che ancora oggi sacramenta quando vede Walter Zenga affacciarsi in televisione, non avendogli mai perdonato quell'uscita a cavolo su Caniggia in quella notte napoletana del luglio '90 che magica non fu per niente, e che si sarebbe stupito per quello strano magone salito su dopo che quella scellerata regola del golden goal ci aveva punito a Euro2000, quando alle sconfitte ormai si pensava di averci fatto il callo, accettandole per quelle che sono senza più grandi scossoni.

Una malattia che negli anni ha visto parecchie sconfitte e tante vittorie, quindi tante gioie, sia sul fronte bianconero che azzurro, ma anche, da un certo momento in poi, disaffezione alternata a ritorni di fiamma improvvisi. 
Disaffezione lenta ma costante cominciata nel momento in cui l'ingresso della televisione a pagamento cominciò a dettare legge, modificando il modo di seguire quello che fino ad allora forse era ancora uno sport. Se prima era la televisione ad adattarsi all'evento calcistico, piano piano nell'arco di trent'anni si è arrivati all'esatto contrario, e la profezia di Jorge Luis Borges pare essersi completamente avverata oggi. 
Ritorno di fiamma inaspettato nel momento di maggior distacco quando accadde l'impensabile, vedere la Juventus in serie B, ma proprio questo riavvicinò alle vicende pallonare quasi come vent'anni prima. Quasi, perché era ormai già diventato impossibile seguirle allo stesso modo. Tra anticipi, posticipi, orari assurdi, concomitanza tra le partite già allora scarsa e oggi inesistente, si era già perso molto del fascino che aveva, legato a un rito collettivo che forse non tutti sapevano di star celebrando. 

Quello delle 14.30 domenicali, orecchio alla radio attenti alle interruzioni dal campo che importava di più in attesa di buone notizie; del segnarsi i risultati seguendo la schedina del Totocalcio; dei primi servizi di 90° minuto, di quelli più approfonditi durante la cena o più tardi in serata. Servizi giornalistici, resoconti di cronaca e di poesia, che stanno agli urli degli highlights odierni come una canzone di De Gregori sta a una di Irama (no, sorry, non la posto).
Del parlarne il giorno dopo, in estenuanti discussioni che mai sarebbero approdate a nulla se non a passare il tempo e che proprio per questo si tenevano, e che oggi il Var ha praticamente eliminato, togliendo sì spesso i dubbi relativi alla correttezza di una decisione arbitrale (non sempre, eh), ma anche e soprattutto il piacere liberatorio di un "gol" urlato a squarciagola che ormai è invece inconsciamente trattenuto in attesa dell'obbligatorio check. 

Lascio stare gli sviluppi del gioco in sé, che ormai trovo noioso e ripetitivo come gare di Formula Uno, perché siamo nel campo dei gusti personali e perché forse di partite ne ho viste troppe per non sapere che piega prendono, ma tutto il resto concorre nel farmi rimpiangere i gol di Turone e Muntari, i gol fantasma dove forse la palla è entrata e forse no, i campi al limite del praticabile del Partenio o del Cibali, i tornei a 16 o al massimo 18 squadre, le tre coppe europee dove chi vinceva il proprio campionato si giocava la Coppa dei Campioni e chi arrivava secondo la Coppa Uefa; la Coppa Italia che cominciava verso fine agosto con le eliminatorie tra tutte le squadre di A, B e qualcuna di C, mentre ora le "grandi" attendono comodamente in casa partendo dai sedicesimi in nome dello share televisivo; dove i playoff e i playout erano roba da basket e sport minori; dove chi giocava non doveva per forza avere una sua esultanza particolare, un look studiato, un conto in banca da miracolato della vita; dove si facevano tante chiacchiere al bar e poche in televisione o sui media.

Dove la Coppa del Mondo era un evento atteso come le Olimpiadi se non di più, non ci partecipavano 48 nazioni solo per far giocare più partite e non era spalmato su un intero continente perché nessun Paese potrebbe mai ospitare un evento così ipertrofico. Dove mai si sarebbe giocato in inverno, rovinando tutti i campionati nazionali solo in nome del denaro piovuto nelle casse Fifa, e mai si sarebbe imposto un abbigliamento a un giocatore durante la premiazione.
Dove se una nazione ospitante minacciava di non far entrare nel proprio Paese tifosi di una qualunque squadra si minacciava il ritiro di tutte le squadre, mentre in questo mondiale sta accadendo di tutto (in negativo), ma l'importante è solo che caccino i soldi.

Discorsi da vecchio nostalgico si dirà, e in effetti non posso negare di aver raggiunto una certa, per cui può anche darsi, non lo so. E' innegabile però che arrivati a questo punto il calcio, per come lo abbiamo conosciuto, non c'entra più nulla. 
Bisognerebbe cominciare a chiamarlo in un altro modo, soccerteinment magari, come ha suggerito qualcuno. Perché questo scempio a cui stiamo assistendo non è più calcio, è solo un miserabile intrattenimento. 
Grazie, ma per quel che mi riguarda anche no.



lunedì 1 giugno 2026

Stato di necessità

                                                                   (foto di Marzia Vignola, autoscatto, anno 2015)

C'è dunque in provincia di Cuneo, a Fossano per la precisione, questa nuova realtà di cui faccio a distanza, per come posso, immeritatamente parte. Una web radio, questa la nuova realtà nata dalla passione di alcuni sognatori per la radio, la musica e per il sociale che a un certo momento hanno deciso di mettere a terra quel sogno e provare a costruirlo realmente, riuscendoci tra l'altro.

Attorno all'input iniziale dato dalla sognatrice, Presidente per acclamazione, Simona Moretto, si sono aggregate decine di persone vogliose di (che brutta espressione) mettersi in gioco indossando cuffie, manipolando tasti e parlando nei microfoni di cose che si conoscono e che appassionano. 
Come a uno di quei ritrovi dove ci si porta il cibo da casa per condividerlo con i presenti, ognuno porta il suo per offrirlo agli altri, con la neanche troppo segreta speranza che questo possa piacere, ma anzi con l'intima convinzione che sia buono, solo magari non troppo conosciuto.

Programmi vari dunque, di gente varia, con la passione in comune, se dobbiamo cercarne una, del voler comunicare. Neanche troppo originale in questo spicchio di tempo dove dall'avvento dei social tutti, ma proprio tutti, ci siamo messi a cercare una voce che fosse udibile, o forse (meglio) qualcuno disposto ad ascoltarla. 

Non tutti ci sono riusciti. La maggioranza a quel che vedo col passare del tempo ha desistito, declassando i propri canali social a finestre chiuse alle quali ogni tanto affacciarsi per vedere il mondo di fuori, ma senza più la voglia di aprirle per parlare a chi passa. Troppo il casino che ne arrivava forse, in alcuni casi magari pure troppo il puzzo di ciò che da sotto saliva, inevitabilmente. Fatto sta che il rumore da fuori è rimasto, le voci e la voglia di esternare sono soffocate e faticano ad uscire.

Gli associati di Radio Fossano BackInTown, questo il nome scelto, evidentemente non si sono rassegnati al rumore di fondo, non vogliono rinunciare ad avere una voce: se finestre e porte sono rimaste bloccate e non c'è verso di riaprirle si va a provare altro, in questo caso alzando il volume dentro la propria stanza affinché possa uscire fuori. Ci si prova almeno.

Io di mio penso di voler dire le cose alla mia maniera. 
Non parlo in radio, ché la mia voce non la sento radiofonica, ma cerco di dire le cose in musica, selezionando brani tra quelli che fanno parte di un mondo che sento privato, quelle canzoni/rifugio dove vado a perdermi quando ne ho necessità per il potere evocativo/curativo che possiedono. Ora non vi aspettate chissà cosa: sono solo brani per me belli, che a me trasmettono emozioni e qualcosa di indefinito magari, ma che se arrivano a me, ci sarà senz'altro qualcun altro sullo stesso tipo di frequenze. Nulla di più.
Poi magari continuare a parlare e dire cose qui, in questo altro spazio privato dove le cose non mi riescono certo meglio, ma dove il tempo mantiene una dimensione a me più congeniale.

Le puntate di Private Idaho, questo il nome anche del mio programma, oltre che sulla radio in orari che possono essere recuperati qui, possono essere riascoltate su questo canale, altro ennesimo spazio di espressione esistente. 
Che arrivi realmente a qualcuno è tutto da stabilire, ma forse non è questo l'importante. Forse l'importante è solo tentare di aprirle quelle finestre e quelle porte. 
Almeno provarci.