Il Mondiale di Calcio è cominciato e a me non frega nulla. Non avrei mai detto che sarebbe potuta accadere una cosa del genere a uno che di calcio è stato malato a lungo.
Uno che la notte successiva ad Atene la trascorse insonne a rivedere con la mente quel tiraccio da fuori area di Magath a battere Zoff, incredulo ancora oggi per quanto accaduto, e che la settimana successiva si trovava in curva Filadelfia a vedere i bianconeri travolgere in Coppa Italia i neo campioni della Roma per 3-0, chiedendosi come fosse stato possibile perdere un campionato e una Coppa dei Campioni mandando in campo quella squadra. Ce ne sarebbero state altre di finali perse (troppe altre), ma quella è ancora lì ferma nella memoria perché fu la prima vera sconfitta vissuta da tifoso: troppo piccolo nel 1973 per starci male, e comunque la febbre sarebbe salita anni dopo.
Uno talmente malato di calcio che ancora oggi sacramenta quando vede Walter Zenga affacciarsi in televisione, non avendogli mai perdonato quell'uscita a cavolo su Caniggia in quella notte napoletana del luglio '90 che magica non fu per niente, e che si sarebbe stupito per quello strano magone salito su dopo che quella scellerata regola del golden goal ci aveva punito a Euro2000, quando alle sconfitte ormai si pensava di averci fatto il callo, accettandole per quelle che sono senza più grandi scossoni.
Una malattia che negli anni ha visto parecchie sconfitte e tante vittorie, quindi tante gioie, sia sul fronte bianconero che azzurro, ma anche, da un certo momento in poi, disaffezione alternata a ritorni di fiamma improvvisi.
Disaffezione lenta ma costante cominciata nel momento in cui l'ingresso della televisione a pagamento cominciò a dettare legge, modificando il modo di seguire quello che fino ad allora forse era ancora uno sport. Se prima era la televisione ad adattarsi all'evento calcistico, piano piano nell'arco di trent'anni si è arrivati all'esatto contrario, e la profezia di Jorge Luis Borges pare essersi completamente avverata oggi.
Ritorno di fiamma inaspettato nel momento di maggior distacco quando accadde l'impensabile, vedere la Juventus in serie B, ma proprio questo riavvicinò alle vicende pallonare quasi come vent'anni prima. Quasi, perché era ormai già diventato impossibile seguirle allo stesso modo. Tra anticipi, posticipi, orari assurdi, concomitanza tra le partite già allora scarsa e oggi inesistente, si era già perso molto del fascino che aveva, legato a un rito collettivo che forse non tutti sapevano di star celebrando.
Quello delle 14.30 domenicali, orecchio alla radio attenti alle interruzioni dal campo che importava di più in attesa di buone notizie; del segnarsi i risultati seguendo la schedina del Totocalcio; dei primi servizi di 90° minuto, di quelli più approfonditi durante la cena o più tardi in serata. Servizi giornalistici, resoconti di cronaca e di poesia, che stanno agli urli degli highlights odierni come una canzone di De Gregori sta a una di Irama (no, sorry, non la posto).
Del parlarne il giorno dopo, in estenuanti discussioni che mai sarebbero approdate a nulla se non a passare il tempo e che proprio per questo si tenevano, e che oggi il Var ha praticamente eliminato, togliendo sì spesso i dubbi relativi alla correttezza di una decisione arbitrale (non sempre, eh), ma anche e soprattutto il piacere liberatorio di un "gol" urlato a squarciagola che ormai è invece inconsciamente trattenuto in attesa dell'obbligatorio check.
Lascio stare gli sviluppi del gioco in sé, che ormai trovo noioso e ripetitivo come gare di Formula Uno, perché siamo nel campo dei gusti personali e perché forse di partite ne ho viste troppe per non sapere che piega prendono, ma tutto il resto concorre nel farmi rimpiangere i gol di Turone e Muntari, i gol fantasma dove forse la palla è entrata e forse no, i campi al limite del praticabile del Partenio o del Cibali, i tornei a 16 o al massimo 18 squadre, le tre coppe europee dove chi vinceva il proprio campionato si giocava la Coppa dei Campioni e chi arrivava secondo la Coppa Uefa; la Coppa Italia che cominciava verso fine agosto con le eliminatorie tra tutte le squadre di A, B e qualcuna di C, mentre ora le "grandi" attendono comodamente in casa partendo dai sedicesimi in nome dello share televisivo; dove i playoff e i playout erano roba da basket e sport minori; dove chi giocava non doveva per forza avere una sua esultanza particolare, un look studiato, un conto in banca da miracolato della vita; dove si facevano tante chiacchiere al bar e poche in televisione o sui media.
Dove la Coppa del Mondo era un evento atteso come le Olimpiadi se non di più, non ci partecipavano 48 nazioni solo per far giocare più partite e non era spalmato su un intero continente perché nessun Paese potrebbe mai ospitare un evento così ipertrofico. Dove mai si sarebbe giocato in inverno, rovinando tutti i campionati nazionali solo in nome del denaro piovuto nelle casse Fifa, e mai si sarebbe imposto un abbigliamento a un giocatore durante la premiazione.
Dove se una nazione ospitante minacciava di non far entrare nel proprio Paese tifosi di una qualunque squadra si minacciava il ritiro di tutte le squadre, mentre in questo mondiale sta accadendo di tutto (in negativo), ma l'importante è solo che caccino i soldi.
Discorsi da vecchio nostalgico si dirà, e in effetti non posso negare di aver raggiunto una certa, per cui può anche darsi, non lo so. E' innegabile però che arrivati a questo punto il calcio, per come lo abbiamo conosciuto, non c'entra più nulla.
Bisognerebbe cominciare a chiamarlo in un altro modo, soccerteinment magari, come ha suggerito qualcuno. Perché questo scempio a cui stiamo assistendo non è più calcio, è solo un miserabile intrattenimento.
Grazie, ma per quel che mi riguarda anche no.

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