Ieri, per esigenze improcrastinabili, ho dovuto prendere l'auto nel pomeriggio, nel momento più caldo della giornata, e viaggiare per un paio d'ore. In previsione dell'evento già in mattinata avevo provveduto a parcheggiare l'auto in un posto in quel momento all'ombra con in più una coperta termica sul parabrezza perché più tardi il sole si sarebbe spostato, operazione questa che effettuo di solito solo in pieno agosto in vacanza e solo da pochi anni a questa parte.
Prima di partire ho aperto tutte le portiere per far circolare l'aria, messo in moto con condizionatore a palla, dopo un paio di minuti spostato in un posto più ombreggiato, atteso una decina di eterni minuti per far raffreddare un po' l'abitacolo e, finalmente, sono partito.
Il termometro segnava 41°, ma da fermo e al sole ci poteva pure stare (sic). Viaggiando si abbasserà, mi sono detto. In effetti dopo poco è sceso a 39°, ma calcoliamo sempre il fatto di essere in una città alle quattro del pomeriggio di una giornata che già si sapeva essere il picco della ondata di calore che da due settimane flagella l'Europa e che i 40° erano attesi.
Dovevo andare a Torino, pieno centro. Dunque mille semafori, mille occasioni in cui il motore gira a vuoto emettendo calore, mille occasioni per vedere il termometro dell'auto andare sulle montagne russe. Cosa puntualmente avvenuta, arrivando a segnare i 45° da fermo, in coda, per poi cominciare a scendere e risalire, a volte anche di quattro o cinque gradi, fino ad arrivare alla fine corsa di questo viaggio ad attestarsi sui 38°, che per me è pur sempre una enormità.
Atmosfera surreale.
Non molto traffico, tutti barricati nel proprio abitacolo coi condizionatori a manetta, qualcuno con tutti i finestrini abbassati.
Per esperienza (viaggio molto) ho imparato a usare il condizionatore nella maniera per me più funzionale: dopo aver raffreddato l'abitacolo aprire a metà i finestrini per far circolare l'aria, che altrimenti ti si seccano pure i peli dietro la schiena figuriamoci le narici, nel mentre mantenere attivo il condizionatore a raffreddare. In genere funziona, ma perché lo faccia bisogna aspettare che la temperatura interna dell'abitacolo sia fresca, altrimenti l'aria calda che entra sovrasta tutto il resto.
Non facilissimo. Basta una sosta più lunga del dovuto e il gioco salta. Insomma, è tutto un alza e abbassa e apri e chiudi intervallati da madonne e santi vari che volano.
Non molto traffico e poca gente in giro, vestiti al 28 di giugno a Torino come una volta il 28 luglio ad Alassio, ma solo perché eri al mare e potevi permettertelo.
Atmosfera surreale e, aggiungo, inquietante.
Mai viste temperature simili. Anche se il blaterare delle mandrie negazioniste ti fa venire il dubbio, ricordo perfettamente quando notavo temperature attorno ai 33/34° e mi sembravano una enormità. Ricordo pure che non duravano molto, che nel giro di pochi giorni si tornava a valori più umani, insomma ricordo cose normali credo, ma a sentire i deficienti che spargono letame in giro pari essere tu quello sbagliato.
Ma sono cose già dette, ripetute, risentite alla nausea da almeno venti anni a questa parte e sono arrivato al fatidico punto in cui mi annoio al solo ripensarci.
Il punto ora è la storica domanda: che fare?
Fare informazione?
C'è chi lo fa in maniera egregia da decenni ed è sostanzialmente inascoltato.
Mettersi a controbattere colpo su colpo alle mandrie negatorie?
Tempo perso, già solo nel cercare di riconoscere gli imbecilli veri da quelli falsi.
Sperare che la politica faccia qualcosa?
Ragazzi, qua vanno dietro a Vannacci. Eddai su....
Costringere la politica a fare qualcosa?
Ecco, sì, si dovrebbe fare. Ma perché ci si arrivi bisogna che la politica veda in questo qualcosa un tornaconto, quantomeno elettorale (Come? dovrebbero farlo per un ideale? Ma di che parlate? Rieddai su....). Per cui la faccenda deve diventare massa critica, ma ci vuole la massa, e questa ora come ora è occupata a guardare mondiali farlocchi se non Temptation Island e a buttare soldi in eventi da instagrammare il giorno dopo. Poi però sono ottimista nonostante le apparenze, e spero sempre che i governi intervengano come in epoca Covid adottando soluzion... soluzioni.... aspetta un momento.... Governi che adottano misure impopolari per la salvaguardia del pianeta oltre che della specie umana? Naahhh!
Adottare soluzioni personali.
Ecco, queste al momento sarebbero le sole per cui vale la pena di investire tempo e denaro (e ci stiamo pensando, per il poco che ci è possibile fare).
Perché il punto di non ritorno lo abbiamo oltrepassato già da un bel po'. Le cose potrebbero tornare a livelli accettabili nell'arco di qualche decennio se ci si muove ora e, a parte che non vedo movimenti, non è nemmeno detto che ci si riesca.
Nell'arco di decenni significa che per la generazione dei boomer sarà così fino alla fine: una estate dietro l'altra a rimpiangere la frescura giovanile (chi la ricorda, perché una buona parte delle mandrie di cui sopra arriva proprio da loro).
La mia Generazione X forse, un forse enorme quanto il mondo, potrebbe cominciare a intravvedere qualche minimo risultato, se solo si desse una mossa in quel senso e non inseguisse i fratelli maggiori sulla strada dell'idiozia. I Millenials... oddio che dire dei Millenials? Pensavo che la mia generazione fosse sfigata, finché non ho conosciuto la loro.
C'è da sperare che il grosso delle richieste di cambiamento in tema di ambiente e clima arrivi da chi ha più interesse a che le cose migliorino, i nati dopo il 2000, e lo so che anche il referendum del 2015 interessava più loro ed è finito come è finito, ma l'ottimismo etc etc. Certo vedere i movimenti giovanili quasi naufragare dopo un entusiasmo iniziale non aiuta, e questa considerazione non aiuta nel contenimento di una roba sconosciuta fino a non molto tempo fa, ma la speranza è l'ultima ad andarsene.
Speranza che nonostante gli alti e bassi mi fa essere comunque ottimista.
Almeno fino a quando non mi ricordo di una scena vista in un supermercato pochi giorni fa. La scena di un padre sui cinquant'anni che spiega serio serio a un figlio sui sedici/diciassette, alto più di me che sono 1,79 di almeno cinque cm, la differenza tra un pacchero e una calamarata, con il figlio che non lo manda a stendere, dato che la differenza la noterebbe anche uno cecato dalla nascita.
Ecco, episodi del genere mi fanno pensare che dalle montagne russe su cui siamo tutti sarà molto (molto) complicato scendere.
Certo non a breve.

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