mercoledì 19 agosto 2026

Impressioni di agosto

(Pointe du Raz, Bretagna, agosto 2026, foto mia)

Siamo stati via. 
Una decina di giorni scarsi attesi da un anno e agognati da qualche mese, da quando questo incubo di estate 2026 ha avuto prematuramente inizio e ancora persiste nel rovinare le giornate. 

Dieci giorni. 
Una volta, parlo dei miei vent'anni in cui comunque già lavoravo, era giusto l'assaggio della vacanza. 
Capitava di starsene in giro per l'Europa col biglietto Inter Rail delle Ferrovie dello Stato minimo una quindicina di giorni, per poi almeno nel mio caso scendere al paesello d'origine e rientrare alla base dopo almeno un'altra settimana lontano da casa. Il resto era acclimatamento prima di rientrare al lavoro dopo quattro settimane di ferie. Il tempo di annoiarsi e dirsi che di riposo se ne aveva avuto a sufficienza. 
Certo, era diverso. Il biglietto dell'Inter Rail aveva una sola formula: un mese di durata, percorsi illimitati nei Paesi aderenti, quota fissa corrispondente a circa 170 € attuali, contro i 520 € di oggi. Un aumento del 30% rapportato a quanto si guadagnava all'epoca, dove comunque io avevo un contratto a tempo indeterminato con una discreta retribuzione per essere un neo assunto. Oggi, che ne parliamo a fare? 
Comunque sì, certo, c'erano altri tipi di spese, si viveva in famiglia e tutto quello che si vuole, ma resta che le settimane in cui ad agosto ci si fermava erano quattro.

Mi è capitato di dirlo ad una giovane segretaria con cui ho a che fare per lavoro: mi ha guardato come si guarda un alieno. 
Stentava a credere che si potessero fare tante ferie tutte assieme durante l'anno e più che altro che ad agosto in pratica fosse tutto fermo: Feriae Augusti preso alla lettera.  Ho evitato di dirgli che a Natale in genere le ditte chiudevano la produzione per almeno altri dieci giorni, e che durante l'anno avevi svariate ore di permessi retribuiti. Mi sono anche chiesto come mai i suoi genitori, ad occhio miei coetanei, non gli abbiano mai detto nulla di tutto questo, ma d'altronde pure i miei di genitori non è che sprecassero molto tempo a raccontare del passato. C'è da dire a loro discolpa che i miei genitori per provenienza anagrafe e vita avevano faccende più importanti di cui occuparsi: boh, non so.

Ad ogni modo, dicevo, oggi chi si fa tre settimane di fila viene guardato male. Parlo delle grosse aziende naturalmente, che spesso prendono le ferie come una cassa integrazione extra, e non è certo positiva la cosa. La cosa peggiore è che non sono sempre i datori di lavoro a guardarti male, ma spesso colleghi e lavoratori come te: 
"Ah, io non riuscirei a stare fermo per quattro settimane di fila!" mi sento dire.
La risposta che gli arriva in genere è "Io sì cazzo, ma se ti avanzano giorni dalli a me che te le consumo io le ferie". 
Anche solo a stare a casa qualcosa da fare per passare il tempo senza dover lavorare lo trovo di sicuro, e se non lo trovo vivaddio rivendico il sacrosanto diritto al grattarsi le parti basse senza sentirsi in colpa o provare, come tanti, l' horror vacui
No, ne ho tante di rogne, ma quel problema lì grazie al cielo non ce l'ho.
C'è poi pure quello che ti dice che preferisce prendersi una settimana ogni tanto, quando vuole, se la propria ditta non chiude le due settimane canoniche a cavallo di Ferragosto, ormai la norma. Cioè in pratica non stacchi mai, se pure la scienza ormai certifica che ci vogliono almeno otto giorni per rilassarsi
A me due settimane di ferie non bastavano nemmeno quando le estati erano normali, figurati adesso che è diventata una gara di sopravvivenza l'arrivarci!
Su questo tema, il caldo infernale di questa estate, lasciamo stare. Si continua a fare molto poco quando ormai è evidente che la questione debba essere trattata né più né meno che una pandemia, come ai tempi del Covid. Si lasciano le soluzioni al singolo, come gran parte delle cose in questo Paese.

Eppure non eravamo così.
Io non so cosa sia accaduto esattamente a noi come popolo, e parlo di noi che abitiamo questo lembo di terra a forma di stivale, di noi italiani. Siamo sempre stati così... così... così fessi?
Perché noi siamo diventati indubitabilmente dei fessi. 
Per rendersene conto basta uscire anche solo pochi chilometri fuori dalla cintura delle Alpi. Basta mettere il naso oltre confine per comprendere quanto siamo diventati autoreferenziali, supponenti, presuntuosi, spesso arroganti ma, sotto sotto, tremendamente stupidi. 
La maggior parte dei discorsi che ci sento fare riguarda una magnificenza che non c'è più, un primeggiare inesistente, una idea di noi che a questo punto non capisco da dove venga. 
Da ricordi tramandati forse, da quando magari non primeggiavamo in assoluto, ma ci sembrava di giocarcela alla pari con gli altri. 
Gli anni '60, quelli del boom economico, quelli dove dicevamo la nostra nel cinema, nelle arti, nella gastronomia, nell'economia, in un modello di vita che da altre parti ci invidiavano. 
Ma è un effetto ottico. 
Un errore di percezione. 
Avevamo eccellenze, certamente. Ma era grazie ad individui a loro modo geniali che fungevano da avanguardia e traino, aiutati da un sistema meno ingarbugliato (e anche meno giusto) che permetteva lauti guadagni e scarsa redistribuzione. Anche nel piccolo per chi aveva voglia di fare c'erano possibilità oggi sconosciute derivanti - ricordiamolo - dalle macerie su cui ci si ritrovava a ricostruire dopo anni bui: tanto da fare, tanto da guadagnare, poco da restituire e a culo tutto il resto. 
Anni all'apparenza d'oro, ma anche l'inizio delle speculazioni, della cementificazione, della distruzione di tutto quanto fosse patrimonio comune. 
Anni la cui percezione è rimasta distorta, come quelle pagine social da boomer della serie Noi che di qua e Noi che di là. Ebbene Voi che di qua e Voi che di là avevate quell'età in cui tutto vi sarebbe sembrato bello pure se vi fossero piovute bombe addosso, e per fortuna non è stato così, anzi.
Sappiatelo.
Anche in politica gli esponenti della Prima Repubblica non sono certo da rimpiangere, se escludiamo due o tre figure. I disastri sono cominciati in quegli anni, e oggi abbiamo raggiunto il minimo storico in quanto a rappresentatività. 
O forse no. Forse entrambe le classi dirigenti rappresentano oggi come allora esattamente chi li manda a governare, e se questo fosse vero c'è da mettersi a piangere.

Un errore di percezione. 
Continuiamo a farci belli per cose fatte da chi ci ha preceduto di cui noi, oggi, non abbiamo il benché minimo merito. 
L'esaltazione dell'italianità e del Made in Italy è una frottola che ci raccontiamo per nasconderci la realtà scomoda del non essere riusciti a migliorare quasi niente di quello che avevamo, anzi.
Il decantato Made in Italy. 
Nel settore dell'auto di italiano c'è rimasto poco, nell'industria alimentare le grandi industrie sono proprietà svizzere, francesi e spagnole. Quei formaggi che crediamo tanto buoni, col quasi totale comparto caseario italiano, fanno capo a un marchio francese come pure l'Alta Moda. 
Di Made in Italy c'è rimasto poco, sufficiente però a farci continuare a pensare che come da noi da nessuna parte mai. 
Cazzate.
Dice sì però, le piccole produzioni, il cibo prodotto vicino casa, il margaro, il vino del contadino...
Mah. 
Io del vino del contadino non è che mi fidi granché, e pure dal Fatto in Casa scappo volentieri. 
Quando mi dicono la frase "Assaggia. Lo abbiamo fatto noi!" con ostentato orgoglio, in genere cerco la prima scusa che mi viene per gentilmente declinare. Di vini acetati e melanzane sott'olio troppo me ne sono rimasti sullo stomaco per non ricordarmelo.
Non parliamo poi del "come si mangia da noi...". Dai ristoranti alle pizzerie a - orrore! - gli ex porcari nobilitati a street fooders nel settanta per cento dei casi si mangia da schifo per quanto lo paghi, in un altro venti per cento è appena appena accettabile, forse solo in un posto su dieci puoi dire di mangiare davvero bene. 
Insomma va a fortuna, e con questo ci siamo uniformati al resto del mondo di cui pensavamo di non fare parte.

Delle nostre infrastrutture è inutile pure parlarne. 
Da strade che sono diventate un patchwork di rattoppi che durano lo spazio di un temporale e via di nuovo cantonieri con la pala a rattoppare buchi che si riformano alla velocità della luce.
Il benessere di un territorio lo vedi dalla qualità delle strade che lo attraversano. Ma ci vedi pure il rispetto per chi quelle strade in teoria le mantiene con le proprie tasse, che evidentemente vanno a tappare altri tipi di buchi.
E' brutto fare il paragone con l'estero, ma vi prego, fatevi un giro in Francia o in Germania e poi venitemi a parlare della bellezza dei nostri luoghi. Questo mese ho fatto 3300 km di strada e ho incontrato più buche da casa al Frejus che in tutto il resto del viaggio.

La cosa peggiore che ci è capitato di dover vivere ultimamente però, e non lo avrei mai detto a un popolo mediterraneo, è la velocità con cui affrontiamo il mondo. 
Noi corriamo, e non so perché.
Lavorando si corre, per qualsiasi cazzata. 
Tutto è diventato urgente, le richieste ti arrivano all'ultimo momento utile e devi correre per soddisfarle. Non so se si aspetta l'ultimo momento perché si spera di risparmiare o perché semplicemente si lavora a cazzo di cane, fregandosene se metti in difficoltà chi è dall'altra parte: l'empatia è un'altra delle cose che possiamo cominciare a dimenticarci di avere. 
Dall'altra parte spesso non puoi permetterti di mandare a cagare chi dimostra di non avere un briciolo di rispetto  per te, e allora abbozzi. Un popolo che abbozza e che corre, e che di conseguenza lavora sempre peggio.

Corriamo talmente tanto nelle ore di lavoro che quando usciamo continuiamo a correre. 
Sempre riferito a quei 3300 km fatti oltralpe, in dieci giorni avrò visto due/tre auto superare limiti di velocità non certo elevati. Di gente che ti suona se tardi un secondo al semaforo o in un incrocio giusto una volta, nessun sorpasso a capocchia, il tutto nella quasi totale assenza di controlli stradali (un paio in dieci giorni?). 
Cose ormai impensabili da noi.
Qui abbiamo tutti fretta di arrivare, dove non si sa, basta arrivare. Mi ci metto pure io, naturalmente, e non va bene. 
Abbiamo tutti necessità di ostentare, forse. Col suv ultimo grido che non riesco manco a parcheggiare, con l'auto mezza sportiva che se non corri che l'hai presa a fare. 
Tutti corrono, pure il ragazzotto con la pandina del cazzo corre, non parliamo poi di quelli la cui auto ha un logo con quattro cerchi. Viaggio moltissimo per lavoro, ne incontro di continuo. Ormai quando vedo nello specchietto l'arrivo di una di queste so già che alla guida c'è molto probabilmente un coglione che va ai duecento all'ora (sulle strade-patchwork) e rallento per farlo passare, che tanto proverebbe a passare lo stesso. Credo se conducessero uno studio scientifico sulla correlazione tra quell'auto e i suoi possessori, ne verrebbero fuori delle belle.

Insomma non so cosa siamo diventati, ma non è un bel quadro. Mi viene in mente la canzone di Gaber in cui rispecchiarsi, ed è un peccato. 
L'impressione è che ci sia una sorta di incoscienza generale. 
Incoscienza nelle nuove generazioni come è giusto e scontato che sia. E' perfettamente naturale che a vent'anni tu possa non avere idea di come giri il mondo, di come affrontarlo, di come sarebbe giusto che fosse e di cosa fare per starci dentro al meglio delle tue possibilità. Pretendere che siano solo loro a cambiare il corso delle cose, semmai ci fosse qualcuno a pretenderlo, non è nemmeno giusto.
Ma parlando in generale trovo che anche le generazioni precedenti siano parecchio incoscienti su quanto li circondi. 
Sento e vedo trenta/quarantenni occuparsi di stronzate dalla mattina alla sera. La maggioranza non sa prendersi mezza responsabilità, non sa sostenere mezza posizione se non quella che va per la maggiore  e che gli viene calata dall'alto, in una sorta di apatia abbastanza inspiegabile. 
Tra di loro lo scollamento è totale, l'individualismo elevato a religione, il motto Ognun per Sé, Dio per Tutti scolpito a caratteri cubitali in fronte.
I più vecchi, in cui purtroppo sto finendo per far parte, si dividono in chi vorrebbe ma non può, e chi ha il cervello completamente fuso dall'abbondanza in cui si è ritrovato a vivere.
Chi doveva guidare, tramandare concetti, nozioni, valori soprattutto, ha in un certo senso abdicato al proprio ruolo, troppo preso da un errato concetto del Qui e Ora che nella loro interpretazione  diventa me la godo adesso e del domani chissenefotte. Un atteggiamento oltremodo stupido.

A questo proposito ho assistito a un episodio piuttosto emblematico durante la vacanza in Finistère, sulla Pointe du Raz.
C'era un tizio, tra i quaranta e i cinquanta a vederlo da lontano. Tirava un vento non troppo forte, ma l'aria era decisamente fresca. Lui era vestito con jeans, una polo e scarpe da ginnastica senza calze. 
Era andato ad appollaiarsi sulla cresta di una parte del promontorio e reggeva in mano un telefonino, probabilmente intento a farsi selfie e foto dal quel punto. 
Non credo che arrampicarsi fino lì fosse permesso. 
Non c'erano divieti espliciti, ma in certi posti all'estero difficilmente ne mettono se non agli ingressi: considerano a differenza nostra le persone abbastanza intelligenti da non mettere, ad esempio, le dita nella presa senza che glielo si vieti.
Alla destra dell'uomo una ragazza sui quattordici/quindici anni tentava di raggiungerlo. Lui comincia a dargli indicazioni tipo Aldo Giovanni e Giacomo nella scena della montagna (turnica), lei a tentoni finalmente ci arriva. 
Lì per lì ho pensato che non mi sembrava una idea furba quella di arrampicarsi su una scogliera vestiti come a prendere l'aperitivo al bar, col rischio di cadere, farsi male, rompere i coglioni a quelli che ti devono recuperare. Ma ho pure pensato che tutto il mondo è paese e scemenze del genere, un padre che mette a rischio l'incolumità sua e della figlia, accadono anche in Francia, non solo da noi.
Una volta insieme sento lui che urla qualcosa, ma senza motivo visto che ormai erano vicini. Forse per il vento, urla comunque di meraviglia, e in effetti il posto merita. 
Le urla mi sembrano familiari, capisco quello che dice: scopro che il tizio è italiano (e non dico la regione di provenienza per amor di patria). 
Tutto torna, alla fine.

Ecco, l'italiano medio oggi mi sembra esattamente come nella scena che ho visto nel punto più estremo di Francia. 
Mancanza di responsabilità, leggerezza, incapacità di giudizio. 
L'incoscienza di chi da padre si comporta ancora come da figlio. 
Non siamo cresciuti, siamo rimasti bambocci, come bambocci ci comportiamo.
Non ne verrà niente di buono.



giovedì 6 agosto 2026

In morte di F. G.


Una volta, in seconda o terza media, non ricordo bene, una giovane supplente della nostra insegnante di italiano assente per un periodo piuttosto lungo per motivi di salute - povera, chissà che fine ha fatto? - ci diede da scrivere una tesina a gruppi di tre o quattro, argomenti vari, e al mio gruppo toccò "Canzoni di pace e di guerra" o qualcosa del genere, con mio sommo piacere dato che di musica ne ascoltavo già parecchia.

Ci diede in prestito qualche disco, cercammo in biblioteca qualche libro, la scrivemmo scegliendo quelle più rappresentative, ma troppe ce ne erano, tant'è che l'elenco era piuttosto lungo. Tra le altre naturalmente non poteva mancare La Canzone del Bambino nel Vento, meglio nota come Auschwitz, di tale Francesco, senza cognome (nel suo primo album, Folk Beat n° 1, il cognome non è usato) che io indicai come Francesco Guccini.

La giovane insegnante mi contestò la cosa: "Non è Francesco Guccini. E' Francesco!"
Protestai, perché ero piuttosto certo della paternità del brano. 
Niente, me lo contò come errore.
'Sta deficiente.



sabato 1 agosto 2026

La stagione del nostro contento

(Foto da Guerin Sportivo)

Questa foto è uno spettacolo.
Agonismo, tecnica, velocità tutto in uno scatto, quello sbuffo nel terreno ne è la rappresentazione perfetta. Colori saturi a far risaltare divise nei colori classici, belle nella loro essenzialità. 

Stagione 1983-84, la Juventus post Atene di Platini e Boniek che comincia a vincere tutto quello che c'è da vincere. Il Milan di Giussy Farina appena rientrato dalla serie B in cui era riscivolata per la seconda volta, questa volta sul campo, dopo la prima a seguito del Calcioscommesse.
Il Milan di Eric Gerets e Luther Blissett (no, non quel Luther Blissett, questo Luther Blissett), squadra giovane, allenatore Ilario Castagner, Baresi già capitano a 23 anni: qui sopra lo si vede anticipare Boniek nella sfida di ritorno persa a San Siro per 3 reti a 0. 

Franco Baresi, uno dei pochi in quegli anni a portare la maglietta sempre fuori dai calzoncini. Gli altri erano Krol, Platini e... e non me ne vengono in mente altri. Eccezioni alla regola (era vietato), di altissimo livello.
Franco Baresi fratello minore di Beppe, uno milanista l'altro interista. Orfani giovanissimi, campioni entrambi, in maniere diverse. 
Franco Baresi capitano del Milan che stravinceva in Italia e nel mondo, secondo per lungo tempo solo a Scirea nell'interpretazione del ruolo di libero, poi non ce ne è stato per nessuno. 

Se ne è andato proprio in questi giorni Franco Baresi, e mi spiace molto.
Partendo da lui e da quella fotografia spettacolare avrei voluto scrivere di come sia presente in una delle mie immagini preferite, di come quella stagione rappresenti per me quella più sentita e partecipata, non solo per la Juventus ma anche e soprattutto per via del mio Avellino

Di come sia cambiato il calcio, di come non lo riconosca più, di come di fatto non mi diverte più. 
Ma non è colpa del calcio. Lui va avanti, come tutte le cose. 
E' che io avevo 16 anni in quella stagione. 
Cominciavo a prendere decisioni personali, tutto era da fare, tutto era da scrivere, tutto sembrava promettere al meglio. 
Il calcio riempiva le giornate, anche la musica piaceva. 
Pino Daniele se ne usciva con un disco con una foto in copertina anche questa spettacolare. 
Cantava Keep on Movin, andare avanti. 
Ne ho fatto un motto.

sabato 25 luglio 2026

Venticinque di luglio

(Incendio del Cap-Ferret, vista dalla spiaggia di Moutchic, Francia. Photo M.Lamy)

Venticinque di luglio, quattro del pomeriggio, fuori ci sono sui 28-29°. Un po' nuvoloso, quindi afoso, per stasera danno temporali. In casa è la prima volta da mesi che sia il surrogato di condizionatore (in realtà un fin troppo rumoroso pinguino) che i due ventilatori dabbasso sono spenti a quest'ora del giorno. E' la tipica giornata estiva italiana, quella che abbiamo vissuto almeno fino al 2003, esattamente per come la ricordavo. 
Di quelle che guardare la temperatura esterna è un pensiero che non ti passa per la testa. Quelle giornate che a dar retta ai climascettici a volte ti sembrano non essere mai esistite, perché per loro anche allora erano l'eccezione, non la regola. Stronzate, naturalmente, che sfiancano, tolgono energia, creano danno.

Quelle giornate sono lì fisse nei ricordi, nonostante a volte se ne dubiti. Pensare alla stagione estiva, a luglio, equivale a pensare a giornate come oggi. Quelle dove potresti già cominciare a lamentarti per il caldo, e una volta lo avresti fatto, sicuramente: chi diavolo ha mai indossato i bermuda non per moda ma per necessità? 
Ma oggi no, oggi non ci si lamenta di giornate come questa. Anzi. Le si aspetta come manna dal cielo per rifiatare. 
Dura poco. Una breve, brevissima pausa, tra una ondata di calore e un'altra, in quel viaggio tra i gironi infernali che sono diventate le estati. Il pensiero che fra non molto, solo pochi giorni, le temperature ricominceranno a salire e ci attende una nuova ondata ha l'effetto di non farti godere dell'oggi. La precisione a cui i modelli previsionali sono arrivati hanno l'effetto di un allarme sempre acceso, se ti tieni informato.

L'alternativa sarebbe non volerne sapere nulla. Pensare ottimisticamente che le previsioni saranno sbagliate, reprimendo la vocina interiore che ti dice che i tempi del Colonnello Bernacca e di Che Tempo Fa sono passati da un pezzo. 
Negare sempre, negare comunque. 
Dirsi cose come "non sopportiamo più il caldo come una volta", "E' estate, vuoi che non faccia caldo d'estate?". 
Fare finta di nulla. Non guardare, non chiedere, andare sempre avanti come criceti nella ruota. Peggio ancora: pensare che ci si potrà adattare al cambiamento così, d'incanto, senza che nessuno faccia nulla, per umana evoluzione. Una evoluzione accelerata, come nemmeno nei film di fantascienza.
Meglio allora  la diffusa incoscienza come antidoto all'ecoansia, che non ti viene solo se - appunto - non ti rendi cosciente di ciò che sta accadendo. 

Ci giriamo dall'altra parte mentre l'Europa brucia, il mondo brucia. 
Qui da noi si fa poco o nulla per contrastare il cambiamento climatico, in giro per il mondo quasi niente. Quel poco che è stato fatto è ormai vanificato e anzi si va in direzione contraria
Lo trovo un comportamento idiota, ma questo è, questo siamo. Non  fossimo dei completi idioti non avremmo a governare il mondo chi abbiamo oggi, è evidente. 
Non tratteremmo Greta Thunberg come una visionaria esaltata, daremmo ascolto a chi ci mette in guardia, faremmo quanto possibile qui e ora per mettere una pezza ai disastri passati.
Ho paura non ci sia da sperarci troppo.


domenica 12 luglio 2026

What am I doing in Dubai?


Mercoledì scorso, per la prima volta nella mia vita, ho visto il termometro dell'auto segnare i 50° di temperatura al suolo, esattamente nell'orario della foto sopra. Era stata ferma al sole per ore mentre ero impegnato al lavoro, in una giornata qui dove viviamo caratterizzata dalla combo anticiclone subtropicale + vento di foehn che ha fatto schizzare in alto temperature già calde. Ci sono voluti una ventina di minuti di climatizzatore a palla per rendere l'abitacolo un minimo praticabile, ma con la temperatura segnalata dal sensore che non si è spostata di una virgola. 
Dopo aver valutato se fermarmi ad aspettare il tramonto per non dover fare l'ora che mi separa da casa tipo Dante che visita gli inferi ma senza Virgilio, avendo il sole dritto sulla mia parte sinistra (viaggio verso nord), decido di provare a partire comunque sperando di non trovare rallentamenti o altro che ostacolasse il rientro a casa, rientro avvenuto a una temperatura esterna mai sotto i 38°.

Pensavo viaggiando in che cavolo di situazione ci siamo ridotti a vivere, essendo arrivati a considerare temperature sui 34° accettabilissime se confrontate ai 39-40° raggiunti questa settimana. Sono le temperature massime di Dubai in questo stesso periodo, con la non certo trascurabile differenza che le minime laggiù non scendono sotto i 28°, ma anche con il non meno trascurabile fatto che la città araba si affaccia sul Golfo Persico, mentre tra noi e il mare ci sono 150 chilometri di pianure e montagne. In più, dato che le massime laggiù possono superare quelle attuali di una decina di gradi, sono attrezzati nel conviverci: una vita in aria climatizzata, se no schiatti. Noi qui ancora facciamo fatica ad adattare i nostri ambienti e orari di lavoro al nuovo contesto, cominciando anche solo facendo propria la controra tipica del meridione e dei paesi caldi.
Ma sarà difficile che ciò avvenga, nonostante qualche ente emetta ordinanze che nessuno rispetterà mai. In poche parole pensavo che siamo ormai nella merda fino al collo, e la situazione è aggravata da quanti continuano a non voler rendersi conto di come siamo effettivamente messi e quindi sostanzialmente continuano a non  fare nulla nella direzione giusta, fosse anche solo non votare per chi nega il cambiamento climatico.

Inutile sperarci. Se mai la maggioranza arriverà a richiedere interventi sarà quando non ci sarà davvero nulla da fare. Perché la gente, la maggioranza della gente, è così, la conosciamo e l'abbiamo vista in azione: si muove solo se obbligata a farlo, per potersi lamentare meglio poi dopo.
Insomma, resta solo l'opzione ognun per sé etc etc. 
Noi qua stiamo cominciando a pensarci concretamente, per il poco che ci è possibile fare. Vedremo.
Intanto, che il clima di Dubai non fa per noi, beh, quello lo avevamo capito da un bel pezzo. Il caldo di questi mesi è solo una conferma.


lunedì 29 giugno 2026

Generation boh


Ieri, per esigenze improcrastinabili, ho dovuto prendere l'auto nel pomeriggio, nel momento più caldo della giornata, e viaggiare per un paio d'ore. In previsione dell'evento già in mattinata avevo provveduto a parcheggiare l'auto in un posto in quel momento all'ombra con in più una coperta termica sul parabrezza perché più tardi il sole si sarebbe spostato, operazione questa che effettuo di solito solo in pieno agosto in vacanza e solo da pochi anni a questa parte. 
Prima di partire ho aperto tutte le portiere per far circolare l'aria, messo in moto con condizionatore a palla, dopo un paio di minuti spostato in un posto più ombreggiato, atteso una decina di eterni minuti per far raffreddare un po' l'abitacolo e, finalmente, sono partito.

Il termometro segnava 41°, ma da fermo e al sole ci poteva pure stare (sic). Viaggiando si abbasserà, mi sono detto. In effetti dopo poco è sceso a 39°, ma calcoliamo sempre il fatto di essere in una città alle quattro del pomeriggio di una giornata che già si sapeva essere il picco della ondata di calore che da due settimane flagella l'Europa e che i 40° erano attesi.
Dovevo andare a Torino, pieno centro. Dunque mille semafori, mille occasioni in cui il motore gira a vuoto emettendo calore, mille occasioni per vedere il termometro dell'auto andare sulle montagne russe. Cosa puntualmente avvenuta, arrivando a segnare i 45° da fermo, in coda, per poi cominciare a scendere e risalire, a volte anche di quattro o cinque gradi, fino ad arrivare alla fine corsa di questo viaggio ad attestarsi sui 38°, che per me è pur sempre una enormità.
 
Atmosfera surreale. 
Non molto traffico, tutti barricati nel proprio abitacolo coi condizionatori a manetta, qualcuno con tutti i finestrini abbassati. 
Per esperienza (viaggio molto) ho imparato a usare il condizionatore nella maniera per me più funzionale: dopo aver raffreddato l'abitacolo aprire a metà i finestrini per far circolare l'aria, che altrimenti ti si seccano pure i peli dietro la schiena figuriamoci le narici, nel mentre mantenere attivo il condizionatore a raffreddare. In genere funziona, ma perché lo faccia bisogna aspettare che la temperatura interna dell'abitacolo sia fresca, altrimenti l'aria calda che entra sovrasta tutto il resto. 
Non facilissimo. Basta una sosta più lunga del dovuto e il gioco salta. Insomma, è tutto un alza e abbassa e apri e chiudi intervallati da madonne e santi vari che volano.
Non molto traffico e poca gente in giro, vestiti al 28 di giugno a Torino come una volta il 28 luglio ad Alassio, ma solo perché eri al mare e potevi permettertelo. 

Atmosfera surreale e, aggiungo, inquietante.
Mai viste temperature simili. Anche se il blaterare delle mandrie negazioniste ti fa venire il dubbio, ricordo perfettamente quando notavo temperature attorno ai 33/34° e mi sembravano una enormità. Ricordo pure che non duravano molto, che nel giro di pochi giorni si tornava a valori più umani, insomma ricordo cose normali credo, ma a sentire i deficienti che spargono letame in giro pari essere tu quello sbagliato. 
Ma sono cose già dette, ripetute, risentite alla nausea da almeno venti anni a questa parte e sono arrivato al fatidico punto in cui mi annoio al solo ripensarci. 

Il punto ora è la storica domanda: che fare?
Fare informazione? 
C'è chi lo fa in maniera egregia da decenni ed è sostanzialmente inascoltato.
Mettersi a controbattere colpo su colpo alle mandrie negatorie? 
Tempo perso, già solo nel cercare di riconoscere gli imbecilli veri da quelli falsi.
Sperare che la politica faccia qualcosa? 
Ragazzi, qua vanno dietro a Vannacci. Eddai su....
Costringere la politica a fare qualcosa? 
Ecco, sì, si dovrebbe fare. Ma perché ci si arrivi bisogna che la politica veda in questo qualcosa un tornaconto, quantomeno elettorale (Come? dovrebbero farlo per un ideale? Ma di che parlate? Rieddai su....). Per cui la faccenda deve diventare massa critica, ma ci vuole la massa, e questa ora come ora è occupata a guardare mondiali farlocchi se non Temptation Island e a buttare soldi in eventi da instagrammare il giorno dopo. Poi però sono ottimista nonostante le apparenze, e spero sempre che i governi intervengano come in epoca Covid adottando soluzion... soluzioni.... aspetta un momento.... Governi che adottano misure impopolari per la salvaguardia del pianeta oltre che della specie umana? Naahhh!

Adottare soluzioni personali.
Ecco, queste al momento sarebbero le sole per cui vale la pena di investire tempo e denaro (e ci stiamo pensando, per il poco che ci è possibile fare).
Perché il punto di non ritorno lo abbiamo oltrepassato già da un bel po'. Le cose potrebbero tornare a livelli accettabili nell'arco di qualche decennio se ci si muove ora e, a parte che non vedo movimenti, non è nemmeno detto che ci si riesca. 
Nell'arco di decenni significa che per la generazione dei boomer sarà così fino alla fine: una estate dietro l'altra a rimpiangere la frescura giovanile (chi la ricorda, perché una buona parte delle mandrie di cui sopra arriva proprio da loro). 
La mia Generazione X forse, un forse enorme quanto il mondo, potrebbe cominciare a intravvedere qualche minimo risultato, se solo si desse una mossa in quel senso e non inseguisse i fratelli maggiori sulla strada dell'idiozia. I Millenials... oddio che dire dei Millenials? Pensavo che la mia generazione fosse sfigata, finché non ho conosciuto la loro. 

C'è  da sperare che il grosso delle richieste di cambiamento in tema di ambiente e clima arrivi da chi ha più interesse a che le cose migliorino, i nati dopo il 2000, e lo so che anche il referendum del 2015 interessava più loro ed è finito come è finito, ma l'ottimismo etc etc. Certo vedere i movimenti giovanili quasi naufragare dopo un entusiasmo iniziale non aiuta, e questa considerazione non aiuta nel contenimento di una roba sconosciuta fino a non molto tempo fa, ma la speranza è l'ultima ad andarsene. 

Speranza che nonostante gli alti e bassi mi fa essere comunque ottimista. 
Almeno fino a quando non mi ricordo di una scena vista in un supermercato pochi giorni fa. La scena di un padre sui cinquant'anni che spiega serio serio a un figlio sui sedici/diciassette, alto più di me che sono 1,79 di almeno cinque cm, la differenza tra un pacchero e una calamarata, con il figlio che non lo manda a stendere, dato che la differenza la noterebbe anche uno cecato dalla nascita. 
Ecco, episodi del genere mi fanno pensare che dalle montagne russe su cui siamo tutti sarà molto (molto) complicato scendere. 
Certo non a breve.


domenica 28 giugno 2026

Memorie del sottoscala

(Lola nel sottoscala - foto di Rouge)

Lola è l'essere che riempie le nostre giornate da tre anni a questa parte. Più alla mia bella che a me a onor del vero, in ragione del fatto che undici ore delle mie giornate le trascorro fuori casa, per cui diciamo che nella sua scala di preferenze vengo per secondo, ma uno che ha trascorso più o meno l'ottanta per cento della sua esistenza senza animali domestici, e quindi non è proprio abituato a condividere tempo e spazio con questi, sa che è giusto così.
L'abbiamo adottata da un canile del sud Italia, precisamente da questo posto qua (detto per dovere di cronaca, non è ovviamente l'unico posto dove ogni giorno svolgono un lavoro straordinario: se uno cerca nei propri dintorni sicuramente qualcuno come loro c'è). 
Un altro pezzo di meridione che entra nella nostra famiglia, cosa che non può che farci piacere naturalmente.

Lola, oltre ad insegnarmi un mucchio di cose di cui forse un giorno parlerò, è diventata il mio termometro vivente, il mio parametro per stabilire la soglia di sopportabilità del caldo. 
Ha dei punti in casa a seconda della temperatura. 
Se se ne sta comoda sul divano a mo' di ciambella va tutto bene, anzi magari fa pure freschetto. Anche nella sua brandina poco distante va ancora bene. Sotto la finestra è già una ricerca di frescura, sotto la scala come nella foto, il punto più fresco della casa, è il segnale che fa troppo caldo. 
E' da un mesetto che Lola staziona abitualmente sotto la scala, cercando refrigerio come può, e siamo solo ancora a giugno. Le ultime due settimane poi sono stata particolarmente pesanti, non scendendo mai sotto i 30° di massima e poche volte sotto i 20° di minima. 
Forse per una nata sotto i cieli della Campania non era proprio la situazione che si aspettava di trovare su al nord. 

Ecco, nel gran casino del cambiamento climatico, oltre a chi da anni cerca di segnalare il caso di dover intervenire e di farlo in fretta, a patire sono pure tutti gli animali che nulla hanno fatto per meritarsi tutto ciò, i primi a subirne le conseguenze
Se il deficiente negazionista può continuare a ripetersi il mantra rassicurante del "se non fa caldo d'estate" mentre spende per ventilatore e condizionatori che fino a trent'anni fa considerava un lusso non necessario, per gli animali la vedo un po' dura andarsi a comprare gli elettrodomestici.

A proposito di chi nega le evidenze ho già detto in un precedente post, ma fa sempre rabbia vedersi trascinati in qualcosa che ancora si potrebbe evitare nelle sue conseguenze più tragiche, se solo si riflettesse un minimo. Perché io il petroliere miliardario che ha tutto l'interesse a venderti i suoi idrocarburi fino all'ultima stilla lo capisco pure che possa cercare in tutti i modi di influenzare il dibattito pubblico, quindi anche finanziando mezzi di informazione e gruppi politici affinché neghino fino allo spasimo (il metodo è sempre lo stesso), ma l'operaio che lavora in fonderia o in vetreria, chi lavora per le strade, nei campi, in tutti i luoghi dove mantenere temperature accettabili è impossibile, che quando è ora di scegliere chi mandare a rappresentarlo nelle istituzioni mette la croce su chi poi va contro i suoi interessi, ecco io quello non lo capisco, e forse non lo capirò mai. Limite mio, sicuramente.

Le uniche scelte possibili per evitare una catastrofe sono per forza di cose di natura politica. Non si scappa da questo, a meno che non ci si possa permettere di fare scelte personali radicali, tipo andarsene a vivere in posti migliori e chi si è visto si è visto. Dubito che l'operaio di cui sopra possa farlo. 
Potrebbe però smetterla di scegliere chi sa solo incolpare chi è messo peggio di lui nella scala sociale, perché un poveraccio "remigrato" (termine odioso, versione zuccherata di "deportato") non gli farà certo abbassare le temperature in casa d'estate, ma magari politiche ambientali sì. 

Ora che la casa sta bruciando spero che finalmente ci sia un risveglio collettivo, anche se viene da dubitarne, e lo spero perché purtroppo quelle scelte personali radicali, per quanto possano attirarmi, non me le posso permettere. Che è po' sentirsi come Lola in questi giorni, sono certo lo capirete.


domenica 21 giugno 2026

Odio il caldo



Odio il caldo. Non l'ho mai sopportato e ho sempre guardato storto quelli che "a me il caldo piace". Sempre. Pure prima del 2003. Pure prima che le temperature medie estive si attestassero su un aumento di circa 2° rispetto agli anni precedenti il 1990. Sarà per via dell'essere nato ai primi di settembre in quella che giù sull'appennino è già considerata montagna quando le temperature si fanno piacevoli pure ad altre latitudini, con ancora quasi tutto un anno prima che il caldo vero mi si presentasse per la prima volta, ma - lo ripeto - io il caldo non l'ho mai sopportato. Potete quindi immaginare con quale gioia mi sono apprestato ad affrontare la stagione che comincia oggi, quella che con buone probabilità si avvia a peggiorare le già poco confortanti statistiche legate alle temperature. 

Dicevo del 2003, di quell'estate cominciata a metà maggio e continuata ininterrottamente fino a quasi fine settembre. Una lunga bolla di calore rimasta nell'immaginario collettivo come l'inizio di qualcosa che è andato via via peggiorando e che se ventitré anni fa era una anomalia, oggi è diventata - purtroppo - la normalità. In mezzo anni di allarmi inascoltati, propositi di interventi per limitare le attività antropiche responsabili del riscaldamento globale buttati al vento, scienziati e climatologi che non sanno più come far capire che ci stiamo avviando in un territorio sconosciuto, con conseguenze catastrofiche e con in più la pena di dover sopportare le mandrie negazioniste che negano ogni evidenza. 
Di queste ultime c'è poco da dire. Al netto di troll, bot e imbecilli prezzolati che hanno tutto l'interesse affinché nulla cambi, gli altri sono esattamente gli stessi che abbiamo imparato a conoscere durante gli anni del Covid, quelli talmente terrorizzati dal mettersi di fronte alla realtà che negherebbero la loro stessa esistenza se servisse. Ignavi fino al midollo, cercano però consensi da chi ritengono inconsciamente normale per sentirsi di esistere, casi psicologici vocianti, che creerebbero meno danno se solo guardandosi allo specchio si dessero dell'idiota una buona volta, ma tant'è.

La situazione dunque è grave. Dopo aver visto anno dopo anno disattesi tutti gli accordi presi sul tema del contrasto al riscaldamento globale, c'è da essere seriamente preoccupati, di più, angosciati riguardo alla faccenda considerando anche un altro aspetto: noi i cui capelli sono ormai bianchi ricordiamo le estati del secolo scorso, dove i 34° erano evento raro, dove capitava certamente di vivere giornate e notti calde e afose, ma duravano due/tre giorni a dir tanto e poi si rientrava nella norma. 
Ma chi è nato attorno al 2000 e anni successivi non sa nulla di tutto ciò. La normalità per loro è quella che viviamo oggi, con ondate di calore persistenti scambiate per estate. 
Qualcuno (genitori? parenti? insegnanti?) dovrebbe dir loro che fino a venti anni fa le cose erano diverse, dovrebbero fargli capire che quelli che ci rimetteranno di più sono proprio loro, non certo i rincoglioniti ottuagenari che "governano" il mondo a suon di guerre inutili. 
Che se c'è una causa per cui vale la pena lottare per cambiare le cose è proprio questa, non chissà dove nel mondo, ma qua da noi, ora. 

Mi auguro, l'unica cosa che posso realmente fare oltre a cercare soluzioni personali (perché al momento non rimane nient'altro), che i ragazzi oggi prendano coscienza della situazione e sappiano far meglio di chi li ha preceduti. Quest'ultimi sono ancora troppo impegnati a ballare sul Titanic per poter fare qualcosa.



domenica 14 giugno 2026

Geremiade


Il Mondiale di Calcio è cominciato e a me non frega nulla. Non avrei mai detto che sarebbe potuta accadere una cosa del genere a uno che di calcio è stato malato a lungo. 

Uno che la notte successiva ad  Atene la trascorse insonne a rivedere con la mente quel tiraccio da fuori area di Magath a battere Zoff, incredulo ancora oggi per quanto accaduto, e che la settimana successiva si trovava in curva Filadelfia a vedere i bianconeri travolgere in Coppa Italia i neo campioni della Roma per 3-0, chiedendosi come fosse stato possibile perdere un campionato e una Coppa dei Campioni mandando in campo quella squadra. Ce ne sarebbero state altre di finali perse (troppe altre), ma quella è ancora lì ferma nella memoria perché fu la prima vera sconfitta vissuta da tifoso: troppo piccolo nel 1973 per starci male, e comunque la febbre sarebbe salita anni dopo.

Uno talmente malato di calcio che ancora oggi sacramenta quando vede Walter Zenga affacciarsi in televisione, non avendogli mai perdonato quell'uscita a cavolo su Caniggia in quella notte napoletana del luglio '90 che magica non fu per niente, e che si sarebbe stupito per quello strano magone salito su dopo che quella scellerata regola del golden goal ci aveva punito a Euro2000, quando alle sconfitte ormai si pensava di averci fatto il callo, accettandole per quelle che sono senza più grandi scossoni.

Una malattia che negli anni ha visto parecchie sconfitte e tante vittorie, quindi tante gioie, sia sul fronte bianconero che azzurro, ma anche, da un certo momento in poi, disaffezione alternata a ritorni di fiamma improvvisi. 
Disaffezione lenta ma costante cominciata nel momento in cui l'ingresso della televisione a pagamento cominciò a dettare legge, modificando il modo di seguire quello che fino ad allora forse era ancora uno sport. Se prima era la televisione ad adattarsi all'evento calcistico, piano piano nell'arco di trent'anni si è arrivati all'esatto contrario, e la profezia di Jorge Luis Borges pare essersi completamente avverata oggi. 
Ritorno di fiamma inaspettato nel momento di maggior distacco quando accadde l'impensabile, vedere la Juventus in serie B, ma proprio questo riavvicinò alle vicende pallonare quasi come vent'anni prima. Quasi, perché era ormai già diventato impossibile seguirle allo stesso modo. Tra anticipi, posticipi, orari assurdi, concomitanza tra le partite già allora scarsa e oggi inesistente, si era già perso molto del fascino che aveva, legato a un rito collettivo che forse non tutti sapevano di star celebrando. 

Quello delle 14.30 domenicali, orecchio alla radio attenti alle interruzioni dal campo che importava di più in attesa di buone notizie; del segnarsi i risultati seguendo la schedina del Totocalcio; dei primi servizi di 90° minuto, di quelli più approfonditi durante la cena o più tardi in serata. Servizi giornalistici, resoconti di cronaca e di poesia, che stanno agli urli degli highlights odierni come una canzone di De Gregori sta a una di Irama (no, sorry, non la posto).
Del parlarne il giorno dopo, in estenuanti discussioni che mai sarebbero approdate a nulla se non a passare il tempo e che proprio per questo si tenevano, e che oggi il Var ha praticamente eliminato, togliendo sì spesso i dubbi relativi alla correttezza di una decisione arbitrale (non sempre, eh), ma anche e soprattutto il piacere liberatorio di un "gol" urlato a squarciagola che ormai è invece inconsciamente trattenuto in attesa dell'obbligatorio check. 

Lascio stare gli sviluppi del gioco in sé, che ormai trovo noioso e ripetitivo come gare di Formula Uno, perché siamo nel campo dei gusti personali e perché forse di partite ne ho viste troppe per non sapere che piega prendono, ma tutto il resto concorre nel farmi rimpiangere i gol di Turone e Muntari, i gol fantasma dove forse la palla è entrata e forse no, i campi al limite del praticabile del Partenio o del Cibali, i tornei a 16 o al massimo 18 squadre, le tre coppe europee dove chi vinceva il proprio campionato si giocava la Coppa dei Campioni e chi arrivava secondo la Coppa Uefa; la Coppa Italia che cominciava verso fine agosto con le eliminatorie tra tutte le squadre di A, B e qualcuna di C, mentre ora le "grandi" attendono comodamente in casa partendo dai sedicesimi in nome dello share televisivo; dove i playoff e i playout erano roba da basket e sport minori; dove chi giocava non doveva per forza avere una sua esultanza particolare, un look studiato, un conto in banca da miracolato della vita; dove si facevano tante chiacchiere al bar e poche in televisione o sui media.

Dove la Coppa del Mondo era un evento atteso come le Olimpiadi se non di più, non ci partecipavano 48 nazioni solo per far giocare più partite e non era spalmato su un intero continente perché nessun Paese potrebbe mai ospitare un evento così ipertrofico. Dove mai si sarebbe giocato in inverno, rovinando tutti i campionati nazionali solo in nome del denaro piovuto nelle casse Fifa, e mai si sarebbe imposto un abbigliamento a un giocatore durante la premiazione.
Dove se una nazione ospitante minacciava di non far entrare nel proprio Paese tifosi di una qualunque squadra si minacciava il ritiro di tutte le squadre, mentre in questo mondiale sta accadendo di tutto (in negativo), ma l'importante è solo che caccino i soldi.

Discorsi da vecchio nostalgico si dirà, e in effetti non posso negare di aver raggiunto una certa, per cui può anche darsi, non lo so. E' innegabile però che arrivati a questo punto il calcio, per come lo abbiamo conosciuto, non c'entra più nulla. 
Bisognerebbe cominciare a chiamarlo in un altro modo, soccerteinment magari, come ha suggerito qualcuno. Perché questo scempio a cui stiamo assistendo non è più calcio, è solo un miserabile intrattenimento. 
Grazie, ma per quel che mi riguarda anche no.



lunedì 1 giugno 2026

Stato di necessità

                                                                   (foto di Marzia Vignola, autoscatto, anno 2015)

C'è dunque in provincia di Cuneo, a Fossano per la precisione, questa nuova realtà di cui faccio a distanza, per come posso, immeritatamente parte. Una web radio, questa la nuova realtà nata dalla passione di alcuni sognatori per la radio, la musica e per il sociale che a un certo momento hanno deciso di mettere a terra quel sogno e provare a costruirlo realmente, riuscendoci tra l'altro.

Attorno all'input iniziale dato dalla sognatrice, Presidente per acclamazione, Simona Moretto, si sono aggregate decine di persone vogliose di (che brutta espressione) mettersi in gioco indossando cuffie, manipolando tasti e parlando nei microfoni di cose che si conoscono e che appassionano. 
Come a uno di quei ritrovi dove ci si porta il cibo da casa per condividerlo con i presenti, ognuno porta il suo per offrirlo agli altri, con la neanche troppo segreta speranza che questo possa piacere, ma anzi con l'intima convinzione che sia buono, solo magari non troppo conosciuto.

Programmi vari dunque, di gente varia, con la passione in comune, se dobbiamo cercarne una, del voler comunicare. Neanche troppo originale in questo spicchio di tempo dove dall'avvento dei social tutti, ma proprio tutti, ci siamo messi a cercare una voce che fosse udibile, o forse (meglio) qualcuno disposto ad ascoltarla. 

Non tutti ci sono riusciti. La maggioranza a quel che vedo col passare del tempo ha desistito, declassando i propri canali social a finestre chiuse alle quali ogni tanto affacciarsi per vedere il mondo di fuori, ma senza più la voglia di aprirle per parlare a chi passa. Troppo il casino che ne arrivava forse, in alcuni casi magari pure troppo il puzzo di ciò che da sotto saliva, inevitabilmente. Fatto sta che il rumore da fuori è rimasto, le voci e la voglia di esternare sono soffocate e faticano ad uscire.

Gli associati di Radio Fossano BackInTown, questo il nome scelto, evidentemente non si sono rassegnati al rumore di fondo, non vogliono rinunciare ad avere una voce: se finestre e porte sono rimaste bloccate e non c'è verso di riaprirle si va a provare altro, in questo caso alzando il volume dentro la propria stanza affinché possa uscire fuori. Ci si prova almeno.

Io di mio penso di voler dire le cose alla mia maniera. 
Non parlo in radio, ché la mia voce non la sento radiofonica, ma cerco di dire le cose in musica, selezionando brani tra quelli che fanno parte di un mondo che sento privato, quelle canzoni/rifugio dove vado a perdermi quando ne ho necessità per il potere evocativo/curativo che possiedono. Ora non vi aspettate chissà cosa: sono solo brani per me belli, che a me trasmettono emozioni e qualcosa di indefinito magari, ma che se arrivano a me, ci sarà senz'altro qualcun altro sullo stesso tipo di frequenze. Nulla di più.
Poi magari continuare a parlare e dire cose qui, in questo altro spazio privato dove le cose non mi riescono certo meglio, ma dove il tempo mantiene una dimensione a me più congeniale.

Le puntate di Private Idaho, questo il nome anche del mio programma, oltre che sulla radio in orari che possono essere recuperati qui, possono essere riascoltate su questo canale, altro ennesimo spazio di espressione esistente. 
Che arrivi realmente a qualcuno è tutto da stabilire, ma forse non è questo l'importante. Forse l'importante è solo tentare di aprirle quelle finestre e quelle porte. 
Almeno provarci.



domenica 26 aprile 2026

Di opere e miti

L'altra mattina mi sono svegliato con il messaggio della morte di Taylor Kirk dei Timber Timbre e mi è spiaciuto moltissimo. Capita sempre più spesso ultimamente, per forza di cose visti i miei capelli ormai più bianchi che grigi, di ricevere notizie della scomparsa di qualcuno che in passato è stato in qualche maniera importante nella mia vita e di rimanerci molto male. Non parlo di persone conosciute, quello è scontato che avvenga, quanto di artisti che hanno contribuito ad arricchire il mio bagaglio emozionale attraverso le loro opere, perché l'arte o ti arriva nel profondo e ti suscita un qualche tipo di emozione o non è arte, almeno per me. 

Non sto a farne un elenco, sarebbe lungo, ma se in passato, da più giovane, questo tipo di notizie erano accolte con una naturale presa d'atto e una quasi assoluta indifferenza ("Sai che è morto Jaco Pastorius?" - "Maddai?" - "Eh sì. In seguito a un pestaggio" - "Ma pensa! Che ti bevi?"), oggi queste cattive nuove toccano in maniera profonda, e non solo me a quanto vedo in giro. 

Tutto molto naturale, comunque. Pastorius, per continuare nell'esempio, era entrato nelle nostre vite da non molto, era molto più grande di noi, altra generazione, altre storie, non vissute direttamente. Con i Taylor Kirk (o i Mark Lanegan, i Prince, i Pino Daniele, gli Shane McGowan e tanti, tanti altri) tutto è recepito diversamente perché abbiamo vissuto i loro percorsi mentre noi ci affannavamo sui nostri. Hanno scandito i nostri momenti con le loro opere. Li hanno arricchiti, influenzati, resi memorabili.

Qui nasce forse il grande equivoco. Finiamo per confondere l'opera con chi l'ha creata, anche se niente realmente sappiamo di lui. Pensiamo, sbagliando, che se qualcuno è riuscito a produrre una cosa tanto bella è perché rispecchia la sua essenza. In pratica ne facciamo un mito, lo innalziamo a modello/esempio inserendolo nel nostro personale pantheon e quando qualche elemento sconosciuto va a intaccarlo ci sentiamo defraudati di qualcosa che alla fine ci eravamo costruiti da soli.

Un caso emblematico è rappresentato da Neil Gaiman, autore di quel capolavoro a fumetti che è Sandman e tanto altro. A un certo punto salta fuori che nel privato ha comportamenti piuttosto controversi e il mito per chi lo ha amato casca, trascinando molto spesso con se tutte la sua opera. 

Quello che è successo con l'autore inglese, restare delusi dal comportamento di qualcuno che si ammira e vedere poi con luce diversa le sue creazioni, è successo molte volte a tanti altri, a volte anche solo perché il nostro "mito" a un certo punto si discosta dal nostro pensiero che è poi quello che credevamo erroneamente essere anche il suo. Un caso su tutti, Giovanni Lindo Ferretti dopo il ritorno in seno a Santa Romana Chiesa e, soprattutto, dopo la partecipazione ad Atreju ospite della Meloni, ha visto dividere il proprio pubblico tra chi ancora lo sostiene e chi lo ha abiurato con tutto ciò che ha scritto.

Un bel dilemma insomma si presenta in chi ha ammirato e si è riconosciuto in alcune opere e, forse sbagliando, nei relativi autori: che fare di tutto quello che, abbiamo detto, ha contribuito alla propria crescita personale? Buttare via tutto e passare oltre, tenere comunque tutto e negare le evidenze? 

Per quello che mi riguarda ho da tempo imparato a scindere le opere dagli autori, perché alla fine sono le prime quelle che in qualche maniera arrivano e non ha importanza chi le ha prodotte. Sandman resta quindi il mio fumetto preferito nonostante Neil Gaiman e, per tornare all'attualità, continuerò a pensare che Taylor Kirk ha composto molte belle canzoni, indipendentemente dalla natura del loro autore (o forse proprio a causa di questa).

In tutto ciò credo venga in soccorso proprio l'ex frontman dei CCCP/CSI con la sua A Tratti, lo splendido brano di apertura di Ko de Mondo. Lì dentro, oltre a parecchie altre perle, c'è a mio avviso la risposta al nostro quesito: Non fare di me un idolo, mi brucerò......


sabato 25 aprile 2026

In memoria

Tutto arriva esattamente quando deve arrivare. Vale per qualsiasi cosa, la musica non fa eccezione. Ti imbatti in un artista, in un genere, anche solo in una canzone nel momento esatto in cui sei in grado di riceverla e farla tua. Il resto, se non lo cogli, è contorno. 

Con Taylor Kirk e i Timber Timbre l'incontro è avvenuto sul finire del 2013 inizi 2014, periodo in cui non avendo altre possibilità per svariati motivi, primo tra tutti quello economico, trascorrevo le serate in casa a navigare su You Tube, lasciandomi guidare dal suo algoritmo nelle proposte. Lo trovavo, e ancora oggi lo trovo, un buon modo per scoprire cose nuove, anche se il mio intento era far passare il tempo e non pensare. Navigando random mi sono imbattuto in molta della musica che mi avrebbe fatto compagnia negli anni a venire, quando le proposte piacevoli al mio gusto sarebbero diventate via via più rare. 

Una di quelle sere che diventavano notti insonni l'occhio mi cadde sul frame iniziale di Black Water, un inquietante bianco e nero dai riflessi verdastri contenente un primissimo piano di un volto gonfio con gli occhi chiusi circondato da vetri rotti. Il ritornello già dalla prima battuta, cantata da quella voce tra il roco e il nasale, lenta nello srotolare una sorta di preghiera/speranza che recita "All I need is some sunshine" mentre le immagini mostrano fondali marini, terribili sconosciute creature in un ambiente ostile, e lì in mezzo quel volto, appartenente a quello che scopriamo essere con tutta probabilità un palombaro. 

Insabbiato, incagliato, col casco rotto e seduto sul fondale di un oceano con la vita marina che gli gira attorno, per logica morto, ma per sussulti forse dovuti alle correnti ancora apparentemente vivo. Il ritmo lento del brano accompagna i movimenti per loro natura lenti di questo ambiente da horror, dove mostri marini sconosciuti verranno in soccorso dell'unico essere umano presente, disincagliandolo e rimandandolo verso la luce del sole che chiude in un bagliore accecante il video e la lunga litania finale che termina con le note calde di un sassofono.

Mi rendo conto solo oggi di quanto fosse tutto così metaforico e riconducibile a quello che stavo attraversando, ma non è certo infrequente vivere situazioni che colpiscono a livello inconscio e che a livello cosciente riconduciamo a banalità come "gusto personale". All'epoca mi colpì perché in qualche maniera mi arrivava dentro e non stupisce se riascoltai quel brano non appena concluso, e poi ancora e, nei giorni seguenti, ancora fino a consumarla. 

Naturalmente cominciai a cercare altri brani di questi per me sconosciuti canadesi che in pratica era uno solo, e quelli che mi piacevano si accumulavano uno dopo l'altro (1, 2, 3), tanto da farmi andare a cercare l'intera discografia fino a quel momento, tutto quello che poteva riguardarli in video, e la cosa continuò negli anni a venire

Quando vennero in Italia, credo già in quel 2014, il posto più vicino dove si esibivano era in Liguria. Ma ero ancora incastrato in quel fondale e non potevo nemmeno pensare di poter andare a vederli. Poi, più avanti, quando per fortuna la risalita per me era ricominciata, mi vennero praticamente in casa, a Torino, più volte. Non ci andai. 

Credo che nella mia sfera privata appartenessero a un periodo che mi stavo lasciando alle spalle, ma che non era ancora del tutto superato, anche se la scusa ufficiale era che l'ultimo disco non mi aveva detto granché e io dopotutto stavo sempre sulle spese. Ci sarebbe stato tempo per vederlo dal vivo, visto che da queste parti veniva spesso. Ecco, questa è una di quelle cose che non ho ancora imparato a fare: prendere quello che arriva perché non è detto possa tornare.

Taylor William Kirk non tornerà più. E' morto una settimana prima di quando la notizia ci ha raggiunti appena svegli. Giovane ancora, per cause sconosciute, non ci saranno più possibilità per vederlo suonare. Ci lascia in eredità molte belle canzoni, tra cui quella che per me è il più bel brano mai stato scritto sulla morte, e qualche controversia di cui non sapevo nulla fino ad oggi riguardo alcuni suoi comportamenti che spiegherebbe almeno il testo di una canzone. Forse, se vero, dall'altra parte ha trovato davvero quello che cantava qui sotto.