sabato 25 luglio 2026

Venticinque di luglio

(Incendio del Cap-Ferret, vista dalla spiaggia di Moutchic, Francia. Photo M.Lamy)

Venticinque di luglio, quattro del pomeriggio, fuori ci sono sui 28-29°. Un po' nuvoloso, quindi afoso, per stasera danno temporali. In casa è la prima volta da mesi che sia il surrogato di condizionatore (in realtà un fin troppo rumoroso pinguino) che i due ventilatori dabbasso sono spenti a quest'ora del giorno. E' la tipica giornata estiva italiana, quella che abbiamo vissuto almeno fino al 2003, esattamente per come la ricordavo. 
Di quelle che guardare la temperatura esterna è un pensiero che non ti passa per la testa. Quelle giornate che a dar retta ai climascettici a volte ti sembrano non essere mai esistite, perché per loro anche allora erano l'eccezione, non la regola. Stronzate, naturalmente, che sfiancano, tolgono energia, creano danno.

Quelle giornate sono lì fisse nei ricordi, nonostante a volte se ne dubiti. Pensare alla stagione estiva, a luglio, equivale a pensare a giornate come oggi. Quelle dove potresti già cominciare a lamentarti per il caldo, e una volta lo avresti fatto, sicuramente: chi diavolo ha mai indossato i bermuda non per moda ma per necessità? 
Ma oggi no, oggi non ci si lamenta di giornate come questa. Anzi. Le si aspetta come manna dal cielo per rifiatare. 
Dura poco. Una breve, brevissima pausa, tra una ondata di calore e un'altra, in quel viaggio tra i gironi infernali che sono diventate le estati. Il pensiero che fra non molto, solo pochi giorni, le temperature ricominceranno a salire e ci attende una nuova ondata ha l'effetto di non farti godere dell'oggi. La precisione a cui i modelli previsionali sono arrivati hanno l'effetto di un allarme sempre acceso, se ti tieni informato.

L'alternativa sarebbe non volerne sapere nulla. Pensare ottimisticamente che le previsioni saranno sbagliate, reprimendo la vocina interiore che ti dice che i tempi del Colonnello Bernacca e di Che Tempo Fa sono passati da un pezzo. 
Negare sempre, negare comunque. 
Dirsi cose come "non sopportiamo più il caldo come una volta", "E' estate, vuoi che non faccia caldo d'estate?". 
Fare finta di nulla. Non guardare, non chiedere, andare sempre avanti come criceti nella ruota. Peggio ancora: pensare che ci si potrà adattare al cambiamento così, d'incanto, senza che nessuno faccia nulla, per umana evoluzione. Una evoluzione accelerata, come nemmeno nei film di fantascienza.
Meglio allora  la diffusa incoscienza come antidoto all'ecoansia, che non ti viene solo se - appunto - non ti rendi cosciente di ciò che sta accadendo. 

Ci giriamo dall'altra parte mentre l'Europa brucia, il mondo brucia. 
Qui da noi si fa poco o nulla per contrastare il cambiamento climatico, in giro per il mondo quasi niente. Quel poco che è stato fatto è ormai vanificato e anzi si va in direzione contraria
Lo trovo un comportamento idiota, ma questo è, questo siamo. Non  fossimo dei completi idioti non avremmo a governare il mondo chi abbiamo oggi, è evidente. 
Non tratteremmo Greta Thunberg come una visionaria esaltata, daremmo ascolto a chi ci mette in guardia, faremmo quanto possibile qui e ora per mettere una pezza ai disastri passati.
Ho paura non ci sia da sperarci troppo.


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