(Incendio del Cap-Ferret, vista dalla spiaggia di Moutchic, Francia. Photo M.Lamy)
Venticinque di luglio, quattro del pomeriggio, fuori ci sono sui 28-29°. Un po' nuvoloso, quindi afoso, per stasera danno temporali. In casa è la prima volta da mesi che sia il surrogato di condizionatore (in realtà un fin troppo rumoroso pinguino) che i due ventilatori dabbasso sono spenti a quest'ora del giorno. E' la tipica giornata estiva italiana, quella che abbiamo vissuto almeno fino al 2003, esattamente per come la ricordavo.
Di quelle che guardare la temperatura esterna è un pensiero che non ti passa per la testa. Quelle giornate che a dar retta ai climascettici a volte ti sembrano non essere mai esistite, perché per loro anche allora erano l'eccezione, non la regola. Stronzate, naturalmente, che sfiancano, tolgono energia, creano danno.
Quelle giornate sono lì fisse nei ricordi, nonostante a volte se ne dubiti. Pensare alla stagione estiva, a luglio, equivale a pensare a giornate come oggi. Quelle dove potresti già cominciare a lamentarti per il caldo, e una volta lo avresti fatto, sicuramente: chi diavolo ha mai indossato i bermuda non per moda ma per necessità?
Ma oggi no, oggi non ci si lamenta di giornate come questa. Anzi. Le si aspetta come manna dal cielo per rifiatare.
Dura poco. Una breve, brevissima pausa, tra una ondata di calore e un'altra, in quel viaggio tra i gironi infernali che sono diventate le estati. Il pensiero che fra non molto, solo pochi giorni, le temperature ricominceranno a salire e ci attende una nuova ondata ha l'effetto di non farti godere dell'oggi. La precisione a cui i modelli previsionali sono arrivati hanno l'effetto di un allarme sempre acceso, se ti tieni informato.
L'alternativa sarebbe non volerne sapere nulla. Pensare ottimisticamente che le previsioni saranno sbagliate, reprimendo la vocina interiore che ti dice che i tempi del Colonnello Bernacca e di Che Tempo Fa sono passati da un pezzo.
Negare sempre, negare comunque.
Dirsi cose come "non sopportiamo più il caldo come una volta", "E' estate, vuoi che non faccia caldo d'estate?".
Fare finta di nulla. Non guardare, non chiedere, andare sempre avanti come criceti nella ruota. Peggio ancora: pensare che ci si potrà adattare al cambiamento così, d'incanto, senza che nessuno faccia nulla, per umana evoluzione. Una evoluzione accelerata, come nemmeno nei film di fantascienza.
Meglio allora la diffusa incoscienza come antidoto all'ecoansia, che non ti viene solo se - appunto - non ti rendi cosciente di ciò che sta accadendo.
Ci giriamo dall'altra parte mentre l'Europa brucia, il mondo brucia.
Qui da noi si fa poco o nulla per contrastare il cambiamento climatico, in giro per il mondo quasi niente. Quel poco che è stato fatto è ormai vanificato e anzi si va in direzione contraria.
Lo trovo un comportamento idiota, ma questo è, questo siamo. Non fossimo dei completi idioti non avremmo a governare il mondo chi abbiamo oggi, è evidente.
Non tratteremmo Greta Thunberg come una visionaria esaltata, daremmo ascolto a chi ci mette in guardia, faremmo quanto possibile qui e ora per mettere una pezza ai disastri passati.
Mercoledì scorso, per la prima volta nella mia vita, ho visto il termometro dell'auto segnare i 50° di temperatura al suolo, esattamente nell'orario della foto sopra. Era stata ferma al sole per ore mentre ero impegnato al lavoro, in una giornata qui dove viviamo caratterizzata dalla combo anticiclone subtropicale + vento di foehn che ha fatto schizzare in alto temperature già calde. Ci sono voluti una ventina di minuti di climatizzatore a palla per rendere l'abitacolo un minimo praticabile, ma con la temperatura segnalata dal sensore che non si è spostata di una virgola.
Dopo aver valutato se fermarmi ad aspettare il tramonto per non dover fare l'ora che mi separa da casa tipo Dante che visita gli inferi ma senza Virgilio, avendo il sole dritto sulla mia parte sinistra (viaggio verso nord), decido di provare a partire comunque sperando di non trovare rallentamenti o altro che ostacolasse il rientro a casa, rientro avvenuto a una temperatura esterna mai sotto i 38°.
Pensavo viaggiando in che cavolo di situazione ci siamo ridotti a vivere, essendo arrivati a considerare temperature sui 34° accettabilissime se confrontate ai 39-40° raggiunti questa settimana. Sono le temperature massime di Dubai in questo stesso periodo, con la non certo trascurabile differenza che le minime laggiù non scendono sotto i 28°, ma anche con il non meno trascurabile fatto che la città araba si affaccia sul Golfo Persico, mentre tra noi e il mare ci sono 150 chilometri di pianure e montagne. In più, dato che le massime laggiù possono superare quelle attuali di una decina di gradi, sono attrezzati nel conviverci: una vita in aria climatizzata, se no schiatti. Noi qui ancora facciamo fatica ad adattare i nostri ambienti e orari di lavoro al nuovo contesto, cominciando anche solo facendo propria la controra tipica del meridione e dei paesi caldi.
Ma sarà difficile che ciò avvenga, nonostante qualche ente emetta ordinanze che nessuno rispetterà mai. In poche parole pensavo che siamo ormai nella merda fino al collo, e la situazione è aggravata da quanti continuano a non voler rendersi conto di come siamo effettivamente messi e quindi sostanzialmente continuano a non fare nulla nella direzione giusta, fosse anche solo non votare per chi nega il cambiamento climatico.
Inutile sperarci. Se mai la maggioranza arriverà a richiedere interventi sarà quando non ci sarà davvero nulla da fare. Perché la gente, la maggioranza della gente, è così, la conosciamo e l'abbiamo vista in azione: si muove solo se obbligata a farlo, per potersi lamentare meglio poi dopo.
Insomma, resta solo l'opzione ognun per sé etc etc.
Noi qua stiamo cominciando a pensarci concretamente, per il poco che ci è possibile fare. Vedremo.
Intanto, che il clima di Dubai non fa per noi, beh, quello lo avevamo capito da un bel pezzo. Il caldo di questi mesi è solo una conferma.
Ieri, per esigenze improcrastinabili, ho dovuto prendere l'auto nel pomeriggio, nel momento più caldo della giornata, e viaggiare per un paio d'ore. In previsione dell'evento già in mattinata avevo provveduto a parcheggiare l'auto in un posto in quel momento all'ombra con in più una coperta termica sul parabrezza perché più tardi il sole si sarebbe spostato, operazione questa che effettuo di solito solo in pieno agosto in vacanza e solo da pochi anni a questa parte.
Prima di partire ho aperto tutte le portiere per far circolare l'aria, messo in moto con condizionatore a palla, dopo un paio di minuti spostato in un posto più ombreggiato, atteso una decina di eterni minuti per far raffreddare un po' l'abitacolo e, finalmente, sono partito.
Il termometro segnava 41°, ma da fermo e al sole ci poteva pure stare (sic). Viaggiando si abbasserà, mi sono detto. In effetti dopo poco è sceso a 39°, ma calcoliamo sempre il fatto di essere in una città alle quattro del pomeriggio di una giornata che già si sapeva essere il picco della ondata di calore che da due settimane flagella l'Europa e che i 40° erano attesi.
Dovevo andare a Torino, pieno centro. Dunque mille semafori, mille occasioni in cui il motore gira a vuoto emettendo calore, mille occasioni per vedere il termometro dell'auto andare sulle montagne russe. Cosa puntualmente avvenuta, arrivando a segnare i 45° da fermo, in coda, per poi cominciare a scendere e risalire, a volte anche di quattro o cinque gradi, fino ad arrivare alla fine corsa di questo viaggio ad attestarsi sui 38°, che per me è pur sempre una enormità.
Atmosfera surreale.
Non molto traffico, tutti barricati nel proprio abitacolo coi condizionatori a manetta, qualcuno con tutti i finestrini abbassati.
Per esperienza (viaggio molto) ho imparato a usare il condizionatore nella maniera per me più funzionale: dopo aver raffreddato l'abitacolo aprire a metà i finestrini per far circolare l'aria, che altrimenti ti si seccano pure i peli dietro la schiena figuriamoci le narici, nel mentre mantenere attivo il condizionatore a raffreddare. In genere funziona, ma perché lo faccia bisogna aspettare che la temperatura interna dell'abitacolo sia fresca, altrimenti l'aria calda che entra sovrasta tutto il resto.
Non facilissimo. Basta una sosta più lunga del dovuto e il gioco salta. Insomma, è tutto un alza e abbassa e apri e chiudi intervallati da madonne e santi vari che volano.
Non molto traffico e poca gente in giro, vestiti al 28 di giugno a Torino come una volta il 28 luglio ad Alassio, ma solo perché eri al mare e potevi permettertelo.
Atmosfera surreale e, aggiungo, inquietante.
Mai viste temperature simili. Anche se il blaterare delle mandrie negazioniste ti fa venire il dubbio, ricordo perfettamente quando notavo temperature attorno ai 33/34° e mi sembravano una enormità. Ricordo pure che non duravano molto, che nel giro di pochi giorni si tornava a valori più umani, insomma ricordo cose normali credo, ma a sentire i deficienti che spargono letame in giro pari essere tu quello sbagliato.
Ma sono cose già dette, ripetute, risentite alla nausea da almeno venti anni a questa parte e sono arrivato al fatidico punto in cui mi annoio al solo ripensarci.
Il punto ora è la storica domanda: che fare?
Fare informazione?
C'è chi lo fa in maniera egregia da decenni ed è sostanzialmente inascoltato.
Mettersi a controbattere colpo su colpo alle mandrie negatorie?
Tempo perso, già solo nel cercare di riconoscere gli imbecilli veri da quelli falsi.
Sperare che la politica faccia qualcosa?
Ragazzi, qua vanno dietro a Vannacci. Eddai su....
Costringere la politica a fare qualcosa?
Ecco, sì, si dovrebbe fare. Ma perché ci si arrivi bisogna che la politica veda in questo qualcosa un tornaconto, quantomeno elettorale (Come? dovrebbero farlo per un ideale? Ma di che parlate? Rieddai su....). Per cui la faccenda deve diventare massa critica, ma ci vuole la massa, e questa ora come ora è occupata a guardare mondiali farlocchi se non Temptation Island e a buttare soldi in eventi da instagrammare il giorno dopo. Poi però sono ottimista nonostante le apparenze, e spero sempre che i governi intervengano come in epoca Covid adottando soluzion... soluzioni.... aspetta un momento.... Governi che adottano misure impopolari per la salvaguardia del pianeta oltre che della specie umana? Naahhh!
Adottare soluzioni personali.
Ecco, queste al momento sarebbero le sole per cui vale la pena di investire tempo e denaro (e ci stiamo pensando, per il poco che ci è possibile fare).
Perché il punto di non ritorno lo abbiamo oltrepassato già da un bel po'. Le cose potrebbero tornare a livelli accettabili nell'arco di qualche decennio se ci si muove ora e, a parte che non vedo movimenti, non è nemmeno detto che ci si riesca.
Nell'arco di decenni significa che per la generazione dei boomer sarà così fino alla fine: una estate dietro l'altra a rimpiangere la frescura giovanile (chi la ricorda, perché una buona parte delle mandrie di cui sopra arriva proprio da loro).
La mia Generazione X forse, un forse enorme quanto il mondo, potrebbe cominciare a intravvedere qualche minimo risultato, se solo si desse una mossa in quel senso e non inseguisse i fratelli maggiori sulla strada dell'idiozia. I Millenials... oddio che dire dei Millenials? Pensavo che la mia generazione fosse sfigata, finché non ho conosciuto la loro.
C'è da sperare che il grosso delle richieste di cambiamento in tema di ambiente e clima arrivi da chi ha più interesse a che le cose migliorino, i nati dopo il 2000, e lo so che anche il referendum del 2015 interessava più loro ed è finito come è finito, ma l'ottimismo etc etc. Certo vedere i movimenti giovanili quasi naufragare dopo un entusiasmo iniziale non aiuta, e questa considerazione non aiuta nel contenimento di una roba sconosciuta fino a non molto tempo fa, ma la speranza è l'ultima ad andarsene.
Speranza che nonostante gli alti e bassi mi fa essere comunque ottimista.
Almeno fino a quando non mi ricordo di una scena vista in un supermercato pochi giorni fa. La scena di un padre sui cinquant'anni che spiega serio serio a un figlio sui sedici/diciassette, alto più di me che sono 1,79 di almeno cinque cm, la differenza tra un pacchero e una calamarata, con il figlio che non lo manda a stendere, dato che la differenza la noterebbe anche uno cecato dalla nascita.
Ecco, episodi del genere mi fanno pensare che dalle montagne russe su cui siamo tutti sarà molto (molto) complicato scendere.